Mercoledì, Novembre 21, 2007
Ogni uomo deve avere delle buone ragioni per alzarsi al mattino parte 1°
Ogni uomo deve avere delle buone ragioni
per alzarsi al mattino
Tratto da "Italia 1983 - progionieri politici, processi, progetti"
Edizioni cooperativa Apache - maggio 1983
Fossombrone,
febbraio-marzo 1983. ANGELO MONACO, BRUNO PEIROLO, CESARE MAINO,
CLAUDIO WACCHER, DARIO CORBELLA, ERMANNO COLLEDA, GRAZIANO ESPOSITO,
JUAN SOTO PAILLACAR, LUCA FRASSINETI, MASSIMO DOMENICHINI, RICCARDO
D'ESTE
("A chi ha cercato la maniera e non l'ha trovata mai")
Da alcuni mesi a questa parte stanno circolando dentro alla carceri, nei luoghi ad esse contigui e, più in generale, nell'ambito "sociale", documenti, bozze, prese di posizione varie sul problema della prigionia politica in Italia, della fine o della ridefinizione della cosiddetta "lotta armata" e, infine, pur alludendovi, del conflitto sociale tuttora in corso. Noi intendiamo intervenire in merito con l'autorevolezza dataci dalla passione e non certo da qualsivoglia etichetta. Perciò ci preme subito dire come, da chi, da dove e perchè nascono queste parole che sono solo un passo distanziate dalle idee!
Siamo
un gruppo di soggetti incasellati in varie inchieste giudiziarie
attualmente detenuti nel carcere speciale di Fossombrone, un gruppo
che, a partire da livelli di aggregazione vissuta, si è sedimentato
negli ultimi tempi e va verificandosi sul dibattito riguardante la
proiezione reale e possibile del nostro essere ed esistere interno alle
dinamiche sociali, tendenzialmente controsocietarie. Non intendiamo
certo riproporre caratteri da "vecchia organizzazione", ne riassumerne
le caratteristiche, nè infine, pretendiamo o desideriamo presentarci
come un blocco monolitico che, oltre a non essere reale, non avrebbe
neppure quella "forza espressiva" alla quale ambiziosamente tendiamo.
Siamo
consci delle disomogeneità presenti tra noi, sia di percorsi, sia di
pensiero attuale, ma di questo dato di apparente debolezza vogliamo far
leva di forza caratteriale, ben certi che la nostra ricchezza derivi
anche, seppur non solo, dal confronto-scontro tra soggettività vive.
Ciò che senz'altro rifiutiamo, immediatamente e metodologicamente, è
l'agire da "bravi politici" i quali oggi vestono tutti i possibili
abiti ideologici, nessuno realmente adeguato al loro pratico esistere,
come vecchie puttane che più o meno abilmente si rifanno il trucco. E,
si sa, una laida meretrice davanti allo specchio ha molti, troppi sogni
che la conducono ad indossare i panni più mistificanti, più dentro la
moda del momento, pur di celare la realtà vera che la trova distesa
sulla brandina da campo a praticare tariffe sempre più basse per
sopravvivere.
Non si pensi però che vogliamo liquidare
apoditticamente le posizioni miserabili oggi prodotte dal "ceto
politico" che, comunque, si ripropone. Affronteremo più avanti le
questioni partitamente, dando e dicendo a ciascuno il suo. Ci preme ora
sottolineare che non ci unisce soltanto una critica verso altre
posizioni, nè alcun "rocchetto di filo rosso" ipotetico e pregresso, ma
una concreta determinazione ad agire, un riconoscersi, un amore
sovversivo che é di se per sè eloquente presa di posizione, distinguo
materiale e vissuto. Le molle che ci spingono ad uscire pubblicamente
con questo testo sono esattamente quelle sopraindicate. Non ci importa
certo rispondere ai vari mercanti di storia, ma porre e proporre le
basi per una nostra-di noi tutti-proletari assoluti, ripresa di azione
e di forza, lasciando finalmente da parte caratterizzazioni apofantiche
del tipo: "siamo quelli che non...". L'unica ed indiscutibile
discriminante che poniamo, tanto a noi stessi quanto ad altri, é
l'appartenenza ad un'area libertaria (come forza dell'agire liberazione
umana e non certo come surrogato del "libertarismo" ideologico da più
parti ridicolmente conclamato) contro ogni riferimento teorico-pratico
a posizioni m-l, a qualsiasi ipotesi di partito, a qualsivoglia
ipostatizzazione di masse e avanguardie, comunque rivisitate e
ridefinite.
Gli
spazi di dibattito, e anche di azione, che si sono aperti o che si
stanno aprendo nell'ultimo periodo, sono astrattamente larghi, vanno
però concretamente riempiti pena un odioso parlarci addosso. Se non
possiamo che rilevare positivamente il fatto che taluni settori
prigionieri finalmente parlino, e forse pensino, dopo tanti leaderismi
e gregariati ignobili, non possiamo che constatare con disappunto
quanto spazio sia stato inopinatamente e immotivatamente occupato da
coloro che, veicoli di vuoto e confusione, attraverso tali spazi vedono
la possibilità di dialettizzarsi con lo stato presente delle cose
nonché di trattare con lo Stato, vendendo la propria "pubblicità"
precedente, ovvero, per tirar via il culo dalla galera, creandosene di
nuova su pratiche fondanti quelle forme differenziatrici tra soggetti,
prigionieri e non, che l'assetto societario e le sue istituzioni
richiedono. E' importante sottolineare come tutti gli interventi,
dovunque provengano, cerchino di affrontare e di sciogliere il nodo
della liberazione - per alcuni ridotta a mera scarcerazione, quasi la
libertà socialmente concessa fosse libertà reale - dei cosiddetti
prigionieri politici. Già questo seppur limitativo punto di vista, ci
trova dissenzienti per metodo e per merito: la questione reale é - e
deve essere - l'abolizione del carcere e della società che lo fonda e
costituisce. Altrimenti ogni ipotesi, più o meno sensata e più o meno
praticabile, di "soluzione politica" assume dignità discorsiva mentre,
senza mettere in discussione l'esistente, cerca solo le forme più
adeguate per la sua rappresentazione e conclusione. Né é un caso che
nei discorsi di taluno venga compiuto il surrettizio confronto con
l'estinzione" dei manicomi, quasi si fosse introiettata la logica
"sovietica" che rende equivalenti antagonismo e follia, o il ricorso
alle amnistie "politiche" dello Stato, quale, p. es., quella adottata
nel dopoguerra nei confronti dei fascisti; in realtà, se noi siamo
"matti", vogliono estinguere noi e non dissolverci, portatori di
potenziali virus, nel tessuto della società; in realtà, i fascisti
andavano scarcerati perché il fascismo, forma di ridefinizione del
capitale, veniva sussunto e inverato dalla forma-democrazia, mentre la
sovversione sociale non può essere
scarcerata senza, per l'appunto, una forza sociale che lo imponga!
Precisiamo da subito che noi non siamo indifferenti al problema della liberazione dei cosiddetti detenuti politici di questo paese, né vogliamo rimandarla ad un tempo senza fine, quando un improbabile sole rosso splenderà su un altrettanto incredibile presa di un Palazzo d'Inverno, oggi socialmente diffuso e quindi non identificabile in sè e per sè come entità separata, "cuore del potere". Ma d'altronde non riusciamo a vedere slegato il problema dei detenuti politici da quello delle forme di controllo e di comando societario cosicché, se soluzione può esservi, e ha da esservi, fin d'ora diciamo che potrà essere solo di natura sociale. Questo impone una scelta di campo ed una presa di coscienza da parte di molti ed in primo luogo dei detenuti sociali (politici e non) che devono saper impiantare una battaglia di libertà complessiva, sola possibilità autentica di relazionarsi ad altri segmenti di proletari spossessati e tendenzialmente in lotta di liberazione. Quindi nessuna passività e, nel contempo, nessuna delega alle "istanze politiche" vere o presunte che siano.
Non ha del tutto torto, almeno su questo punto, un Oreste Scalzone quando sostiene che la liberazione "manu militari" non può oggettivamente rappresentare la soluzione immediatamente praticabile per tutti. Ma non coglie nel segno. Infatti, se ribadiamo il concetto di "soluzione sociale" su cui ci diffonderemo più avanti, vogliamo anche sottolineare l'importanza della critica pratica alla pretesa impermeabilità della struttura carcere che, per essere forata, sembra necessitare sempre di soluzioni "altrove", cioè laddove i prigionieri nulla contano di per sé soli. Lo strumento dell'evasione (e i casi di Frosinone e Rovigo ci sembrano esemplari) ci pare importante non perché "ideologicamente" prediletto, non in quanto tale, ma perché dimostra nei fatti il carattere utopistico del progetto totalitario di controllo. A questo proposito e a scanso di equivoci, ci piace precisare che anche tutte le scarcerazioni ottenute facendo leva nelle crepe della cosiddetta "giustizia" vanno favorite ed anzi è compito dell'intelligenza saper sfruttare, quando possibile, soluzioni processuali vantaggiose, "difendendosi", senza peraltro alcuna svendita o cedevolezza. È evidente perciò che per noi non è questione di privilegiare il "militare" o il "tecnico-giuridico"; ci preme invece affermare la necessità di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per sottrarre soggetti e gruppi di soggetti alla carcerazione e, nel contempo, per riaffermare la possibilità concreta di uscire dalle carceri, al di là e "contro" le imputazioni formulate da una magistratura che sempre più si connota come forma particolare, specifica dell'esercizio del comando codificato.
Nessuna illusione, perciò, ma l'obbligo concreto di battere ogni forma di rassegnazione, verso la costituzione materiale di quella "soluzione speciale" a cui tendiamo e che, pur con allusioni e contraddizioni, é stata un idea-forza della sovversione sociale in questo paese lungo l'arco di un quindicennio. Nessuna etica del sacrificio quindi, ma la capacità forzante di unire il bisogno del "qui ed ora" alla prospettiva più ampia del "per tutti e comunque". Perché, lo si dica chiaramente, il nostro percorso di "comunismo" è si affermazione di materialità immediate e concrete, ma nel contempo contiene un progetto ambiziosissimo e ne siamo orgogliosi che appare per la prima volta nella storia dell'umanità: l'abolizione di ogni forma di società, comunque autoriproduttiva di alienazione, per la liberazione delle energie complessamente umane e di nuova comunità. Tutti coloro che si illudono riguardo a "nuove società" venture, parlano il linguaggio dell'unica società possibile, l'attuale, e dunque sono costretti a riempirsi la testa di "soluzioni politiche" o di fantasie guerriere, senza mai centrare il nocciolo del problema: l'abolizione della società e, durante questo percorso, l'applicazione di nessi controsocietari.
Noi partiamo da una critica puntuale e rigorosa della società dominatrice così come si sta informaticamente delineando lungo tracce di controllo e differenziazione, mutuate proprio, per paradosso, dal regime penitenziario. Galera sociale dunque, come più volte venne detto e colto; peccato che ora, nell'ansia di togliersi di dosso il carcere materiale, molti, troppi se ne dimentichino! Sembra che si confondano, più o meno volutamente, le cause con gli effetti, sembra insomma che la catastrofe immanente di cui la società é portatrice sia stata determinata, almeno in Italia, dalla cosiddetta lotta armata. È vero esattamente il contrario. La lotta armata nel nostro paese non ha certo determinato per sé solo le condizioni repressive che oggi viviamo; esse infatti erano, e sono, già contenute nel progetto totalitario del capitale. Naturalmente vi è stato uso di parte capitalista di tutti i possibili errori della lotta armata, ma questo non ci può impedire di scorgere la forma e la sostanza del disegno autoritativo e autoriproduttivo "sociale" così come si manifesta planetariamente. Né é un caso che in altre nazioni dove la lotta armata si è sviluppata poco e niente, il progetto totalitario-carcerario della società sia proceduto a grandi passi; ci basti citare l'esempio degli USA dove, nonostante i tagli della spesa pubblica e del Welfare voluti dalla politica reaganiana, gli incrementi di spese per nuove carceri, e dunque per nuovi prigionieri; sono altamente previsti e messi in bilancio come dimostrano recenti rapporti ufficiali. Perciò a chi giova una critica riduttiva della lotta armata o, al contrario, una sua riproposizione acritica seppur rinnovata di panni? Non certo ai rivoluzionari che da tempo hanno criticato -o lo stanno facendo ora, se in ritardo- le strettoie formalistiche del politico e quindi anche della lotta armata come entità autoriproducentesi, autonoma e separata dai percorsi liberatori e controsocietari in atto. Su ciò torneremo con visione d'assieme, ma già fin d'ora va detto che la critica dei rivoluzionari ai fenomeni pregressi, e ai gravi errori colà contenuti, non parte certo da una riautentificazione dei rapporti sociali dati, né tanto meno là vuole giungere. Al contrario, essa si applica alle forme inadeguate, alle loro riproposizioni, ai ritardi del movimento di emancipazione dalla società, alle secche in cui si è trovata e si trova la forza che, mentre vuole praticare la dissoluzione dei vincoli societari attuali, deve saper far emergere i nuovi liberi legami di comunità umana.
Altri invece, pur partendo da una critica o autocritica inevitabile, giungono, chi per un verso chi per un altro, alla riproposizione, seppur sotto nuove forme rappresentative, dei rapporti esistenti nel mondo e delle loro forme istituzionali. Noi che non abbiamo nessuna spiaggia da difendere, se non quella che c'é sotto il pavé (come si diceva un tempo), riscontriamo la miseria di tutti questi signori che, incapaci di critica radicale all'esistente, ora "accollano" alle effettive responsabilità del lottarmatismo anche tutte quelle che competono ad un ceto politico gaglioffo e vile, capace solo di autoriprodursi e di candidarsi eternamente a ruoli dirigenti-amministrativi. Questi poveri ricchi politici cercano di liquidare addirittura il "sogno di una cosa" e, come i "pentiti" non sono veritieri riguardo a nessun movimento che hanno guardato soltanto da voyeurs, cioè dal buco della serratura della loro squallida esistenza, così, altrimenti ma similmente, questo ceto politico non è credibile quando sviluppa una critica che tale in realtà non è, mentre risulta solo un coacervo di banalità indotte e di "excusationes non petitae". Il caso del professor A. Negri e dei suoi "allievi", in queste gelide nozze di sangue freddo con le istituzioni e la società-Stato che le coagula, è senz'altro esemplare. Sicuramente vittime dell`"ingiustizia che incarcera" (parafrasando le. parole del defunto ma non compianto generalissimo Dalla Chiesa, alla fine anch'egli massacrato dai giochi di potere che aveva contribuito notevolmente ad alimentare) come risulta dall'affaire giudiziario che va sotto l'etichetta di "7 Aprile", impotenti ad essere veramente autonomi - e non Autonomi! - e quindi di realizzare autentica battaglia di libertà, sottoposti alla proterva autorità dello Stato, costoro si lagnano pecorescamente o si fanno addirittura complici e veicoli di un arrogante progetto di smemorizzazione e annichilamento di ampli settori antagonisti e trasgressivi, divenendo dunque voce dei loro stessi aguzzini e scaricando su un "colpevole" immaginario (gli "irriducibili", cioè coloro che conservano dentro di sé delle buone ragioni per alzarsi dal letto ogni mattino) i "peccati" di cui sono vittime partecipi, proponendo infine la propria candidatura come futuri dirigenti di un possibile movimento, purché esso si delinei dentro le gabbie istituzionali! Né a molto servono i recenti tentativi di rileggere la storia, recuperandosi "a sinistra", che vengono compiuti (testo:"Do you remember Revolution?") poiché non solo si vuole spiegare "politicamente" una vicenda che è stata essenzialmente sociale, ma soprattutto perché, quando sono costretti ad immergersi nel sociale, usano categorie economiche interpretative tramandate dal capitale stesso. Forse sarà utile in altra occasione sforzarci verso una nuova scrittura della storia, ma senza ambiguità o riduttivismi concettuali.
Tornando a questi signori, sinceramente non c'è bisogno di molti discorsi per liquidarli, poiché sono essi stessi, con le loro parole, a liquidarsi da sé soli: propongono infatti "patti di percorso" che praticamente significano una modernizzazione delle stesse istituzioni che li incarcerano! Avendo compreso che la società del capitale esiste solo per differenziazioni, si fanno agenti promotori delle stesse, nell'illusione che questa soluzione sia accettabile "colà ove si puote ciò che si vuole".
Una grande battaglia di libertà, così come poteva essere costruita su questo caso e altri consimili, è stata preventivamente svenduta dai protagonisti stessi che preferiscono le briciole pubblicitarie televisive alla forma di affrontamento sociale che il contenzioso stesso richiederebbe. Costoro reclamano per se quei diritti che negano ad altri, al punto di formulare richieste di cogestione penitenziaria che in prospettiva premino i soggetti ("patto di percorso") in qualche modo compatibili col sistema carcerario e istituzionale, nonché dunque ad esso dialettizzantisi, mentre giocoforza presuppongono, senza peraltro il coraggio di affermarlo con voce chiara, che per gli irrecuperabili, i disutili, i non dialogici, infine gli "irriducibili", sia necessario si spalanchino le infernali porte di quel pozzo nero che sono le carceri speciali ove ciascuno che vi entra dovrebbe lasciar fuori ogni speranza!
Persino altri, pur intrigati in ipotesi di "soluzione politica", sono costretti a dichiarare che "tutto ciò è indecente".
Non varrebbe, come si é detto, la pena di occuparsi troppo di simili
posizioni se esse non fossero in qualche misura, più o meno
inconsapevolmente, introiettate come chance da altri settori di
prigionieri e di compagni e, soprattutto, se queste ipotesi non
rientrassero nel quadro che le ali più "avanzate" degli amministratori
sociali si propongono per risolvere il complicatissimo caso-Italia. Per
esempio, è facile vedere come l'autodeterminazione carceraria -in sé e
per sé concetto di qualche interesse- che viene, proposta, in realtà
altro non sia se non una forma di cogestione, di pratica
collaborazionista; la pretesa autonomia dei soggetti risulta solo
"possibilità di scelta" dentro un sistema binario, all'interno delle
forme dell'asservimento.
Al proposito sarebbe assai interessante, per meglio comprendere i modelli di organizzazione concentrazionaria e delle forme collaborazionistee che si manifestano al loro interno e che vanno addirittura oltre la famosa Sindrome di Stoccolma, ristudiare la storia e nella fattispecie le forme in cui si é espresso e materializzato il comando più "audacemente" totalitario che, a sua volta, ha indotto specifiche forme di collaborazione-partecipazione: i lager nazisti. Vi sono vari documenti e libri, tra i quali è d'obbligo segnalare quelli di Rousset e di Rassinier, pur tra loro differenti, in cui viene delineata e spiegata la figura del Kapò. Sia chiaro da subito: il Kapò non era un SS o comunque un nazista; poteva essere o un ebreo privilegiato o un "comunista" che intendeva privilegiarsi; insomma, per lo più il ruolo veniva assolto da gruppi di prigionieri che, per ottenere speciali vantaggi, svolgevano tali maensioni di controllo, di contenimento e dunque di amministrazione. II Rassinier, tra l'altro, parla esplicitamente, e con dovizia di particolari, del posto di rilievo occupato da taluni "comunisti" (in specie i francesi del PCF) che, in nome di una pretesa funzione di avanguardia, cioè di ceto politico, si accaparravano il controllo di tutte le forniture, cibarie comprese, sacrificando così di fatto altri prigionieri ritenuti meno "utili". La politica si sposava al comando con mutuo vantaggio!
Non sembri casuale questo riferimento storico: infatti riteniamo che il modello di politica reclusionaria, concentrazionaria e infine annientatrice, abbia evidenziato il passaggio dal dominio formale al dominio reale del capitale il quale, spurgandosi degli aspetti più deleteri delle forme politiche precedenti, le assume valorizzandole nell'amministrazione totalitaria del pianeta. Oggi le condizioni di prigionia subite, seppur tragiche, non sono realisticamente paragonabili a quel livello, soprattutto come forma; ma la logica è la stessa. Quale può essere, quindi una possibile "autodeterminazione" dentro il ghetto imposto, la miseria obbligata, lo spossessamento diffuso? In una società-carcere si può sfuggire al ruolo scomodo di prigionieri (o di ribelli che arrischiano quotidianamente di divenirlo in virtù della propria ribellione) soprattutto diventando Kapò, anche senza indossare la divisa e lordarsi le mani di sangue, poiché un esercito di Killers statali è pur sempre pronto in pianta stabile, e disponibile. Negri ed amici, dopo il brivido del passamontagna, vogliono vivere il più squallido brivido della repressione cogestita: comunque sempre in replay, mai del tutto in diretta, illudendosi di cantare mentre scorre il nastro del play-back.
Si ricostruisce la storia a proprio uso e consumo, riducendola a
cronaca, si stravolge la realtà dei fatti e i ricordi del passato -
nonché le coscienze del presente - confondendo il tutto in un groviglio
inestricabile da cui sembra
emergere un'unica "ragione": la storia del capitale e della società.
Gli eccessi rivoluzionari che, dopo severa autocritica, andrebbero ripresi per il loro contenuto "utopico" ma reale, vengono così del tutto stravolti in una squallida cronaca di terrorismo in cui non solo nessuno può riconoscersi veramente, ma che soprattutto non rende giustizia di ciò che é stato vissuto da donne e uomini in questa convulsa congiuntura storica. Perciò si arriva a figurare il movimento del `68 come spinto da una forte concettualità di tipo leninista - che era perlomeno intrecciata a tutte le consistenti tensioni antiautoritarie le quali, oltre che in Italia, si esprimevano nel "mouvement" internazionale e soprattutto in Francia, nella RFT e negli USA- ed a negare una precisa volontà antistatale della cosiddetta "illegalità diffusa" che, invece, manifestava proprio un altro grado di insofferenza verso le forme di controllo e di dominio esercitate dallo Stato: Sui perché della "sconfitta" e dei ritardi sarebbero necessari ben altri lavori di ricostruzione storica. Ci preme qui, per concludere, sottolineare l'aspetto riformistico e neo-istituzionale con cui i signori del 7 Aprile e di "Do you remember Revolution?" rileggono i fatti, ben attenti alla soluzione politico-giudiziaria, ma incapaci di capire una nuova ondata possibile controsocietaria che, in effetti, spazzerebbe via anche le loro vagheggiate "mediazioni".
Siamo chiari: la proposta del professor Negri e dei suoi amici non é
poi così irrealistica come altri più "ingenui" hanno detto. E' dentro
lo sviluppo delle cose. Vende qualcosa per ottenere dell'altro. Vende,
in particolare, gruppi di individui e una memoria complessiva in cambio
di una maggiore elasticità istituzionale che sappia diluire nel sociale
quello che il carcere oggi manifesta come concentrato.Né a caso si
parla di "generazione politica"; si taglia così di fatto ogni legame
con le generazioni in senso proprio, in senso storico, in senso
sociale. Rimane una questione tra "politici" la cui soluzione deve
passare sulla testa dei moderni proletari assoluti. Anche sotto il
fascismo-regime un uomo come Pertini era prigioniero; ora è presidente
di una repubblica sicuramente "antifascista" ma che, altrettanto
sicuramente, farebbe impallidire con le sue costumanze e regole i truci
fascisti stessi! Sono sempre ceti politici che si affrontano, volta a
volta vincenti o perdenti, mentre lo sviluppo sociale rimane solo
quello del capitale.
Noi non crediamo che in linea di massima siano
impossibili "soluzioni politiche", invece che, se esse non saranno
frutto maturo di un'ampia volontà sociale, comunque ci passeranno sopra
la testa.
L'art. 90 è un caso emblematico. Si tratta in effetti di una forzatura voluta dallo Stato italiano per contenere e comprimere la trasgressione sociale e soggettiva, per separare radicalmente i detenuti dalle loro esperienze e dal loro "habitat". Ben pochi, oltre ai prigionieri ed ai loro famigliari ed amici, hanno affrontato questo problema; sopra vi è stata distesa una coltre di silenzio ovvero su di esso si è innervata una serie di proposte "democratiche", che mai hanno messo in discussione i termini concreti della carcerazione in Italia negli anni '80. Quest'errore non viene compiuto solo dai Rodotà e da altri illusionisti stipendiati, ma pure da taluni compagni. Sembra che non ci si renda conto della natura sostanziale e formale dello Stato Moderno, vera espressione della società presente.
Compagni come le donne e gli uomini di Rebibbia, che recentemente si sono espressi con più testi, compiono anch'essi un errore fondamentale; si rendono conto della necessità di superare esperienze passate ed oggi non interessanti (come la fissazione del lottarmatismo); si rendono conto dell'importanza di ricostruire un movimento che, nelle sue caratteristiche, contenga forza sociale liberatoria; ma, nel contempo, sfuggono l'analisi di ciò che é la società attuale e quindi chiudono gli occhi di fronte alla forza totalitaria che essa esprime; ancora una volta scambiando cause per effetti si illudono di poter trattare tra "rappresentazioni": essi stessi come rappresentazione del movimento già dato ed il governo ed i suoi uomini come rappresentazione del movimento sociale capitalistico. Questi sforzi, seppur talvolta onesti, sono destinati al fallimento perché prescindono dalla qualità della "libertà civile" oggi possibile in Italia, non solo per i prigionieri in senso stretto ma per tutti i cittadini-prigionieri sociali. Il governo non é un guscio vuoto che basta aprire per vederne le manchevolezze, né soltanto una cosca politica con cui in qualche modo si può cercare di trattare: la strettoia della politica non é casuale, é la forma fenomenica del dominio sociale così come va determinandosi. È dunque illusorio ritenere che lo "sforzo di volontà" di certi soggetti per oltrepassare la forma lottarmata e i suoi avvitamenti terroristici possa essere un buono da poter riscuotere presso il Banco della Società-Stato, poiché é essa stessa ad essere realmente terroristica e ad aver dichiarato guerra, senza dichiarazioni formali, contro tutti gli individui, come le misure restrittive della "libertà", spossessative dei salari-redditi e come l'esautoramento decisionale dalle questioni sociali generali hanno dimostrato. Si vuol dire semplicemente questo: una società che si modernizza in senso autoritativo e totalitario, cercando di introdurre il sistema dei codici addirittura sotto la pelle degli individui, affronta il problema del carcere esattamente come affronta tutti gli altri problemi. Laddove la carcerazione diffusa é bastevole, la socializza il carcere; dove ciò non é immediatamente realizzabile si fa carico della più dura repressione poiché il soggetto cittadino o é compatibile con l'assetto societario o non é, nel senso che ne viene annichilita l'originalità propositiva e, se del caso, la fisicità stessa. (vedi nota)
Non siamo sciocchi però, e quindi sappiamo che le bande-racket del capitale non sono sempre in sintonia, omogenee. E sensato dunque giocare arditamente su queste contraddizioni e su questi ritardi, ma, come nel gioco del calcio, bisogna farlo di rimessa, in contropiede, utilizzando gli spazi che volta a volta si aprono, senza soprattutto fornire il nostro materiale umano come materia di sperimentazione, senza fornire noi stessi come nuovi filosofi-propositori di progetti ristrutturativi, senza, infine, sposare l'una o l'altra delle bande politiche che si contendono la questione del comando.
La critica principale che vogliamo muovere alle campagne e ai compagni di Rebibbia dei documenti di "oltrepassamento" é proprio questa: di non essersi oltrepassati abbastanza, di aver ipotizzato ancora una volta soluzioni politiche difficilmente proponibili mantenendo fermi i propri caratteri di originalità, dunque di essersi posti, con rottura parziale del passato, ancora come ceto politico che, per sua necessità di sopravvivenza e autoriproduzione, si ripropone nell'ambito politico.
L'autocritica dei percorsi sinora compiuti non viene però solo da coloro che, rendendosi conto dell'impossibilità dell'andare oltre con simili criteri, stanno tentando una ridefinizione del loro passato-presente-futuro, ma anche da chi, comunque, ripropone una pregnanza centrale della lottarmata o della "guerriglia".
Vi é infatti una tendenza che possiamo definire "continuista", cioè la posizione di coloro che, a fronte delle profonde e radicali trasformazioni societarie, dell'assetto di comando e quindi anche del pensiero analitico-sintetico, non sanno dis°ilrsi di categorie quali quella di classe, organizzazione, avanguardia, partito. Di coloro, insomma, che, incapaci di vivere concretamente gli spunti positivi della dialettica, la fissano come canone assoluto, nuovo codice, linea-discrimine per potenziali rivoluzionari. In realtà oggi abbiamo di fronte un complesso sistema di codici in cui ciascuno di essi, purché mantenga la natura protocollare, può essere accettabile; in parole povere tutte le opinioni sono concesse, anzi stimolate, purché si riducano ad essere opinioni, nuovi comportamenti, ulteriori codici interpretativi del reale.
Questo "continuismo", tanto generoso quanto miserabile, non ha colto né sa cogliere il grandioso progetto totalitario della società né, di converso, l'altrettanto ambizioso "sogno" di decodificazione e di liberazione assoluta. La politica, intesa come tecnica di maneggio e di governo, uscita dalla porta rientra dalla finestra, e i comunisti, nuovi e impropabili catari, dovrebbero essere di per sé portatori di nuova società. L'abbiamo detto e lo ripetiamo: il fine nostro e reale é l'abolizione della società stessa, la distruzione della politica come arte del management, per un'imposizione forte di un tempo e di uno spazio "astorici" e "disorientati". Non c'é una rimembranza da esaltare, é la memoria del futuro che va concretamente affermata giorno dopo giorno. Altri compagni, reduci da pesanti e penose condizioni organizzativistiche, in cui tutti i miti staliniani e terzinternazionalisti venivano riprodotti, stanno cercando di adeguarsi al passo delle cose, alla discronia tra il progettato e il vissuto, alla sincronia, invece, tra le tensioni liberatorie. Onestamente dobbiamo dare atto a questi compagni di un grosso sforzo per adeguarsi ad un movimento effettivamente reale. I testi che escono da Palmi, ad esempio, non possono che suscitare attenzione e curiosità intellettuale in coloro che non sono del tutto pregni del pregiudizio imposto, dello spettacolo della società che riafferma se stessa. Non di meno, possiamo dire che non tutti i testi sono analoghi e che, nel contempo, non tutte le proposizioni ci piacciono, curiosità ed interesse a parte. Laddove ci sembra di cogliere un rimpannucciarsi delle ideologie sotto nuove vesti, lì esprimiamo il dissenso; laddove invece troviamo spunti di critica alla realtà concretamente vissuta, lì troviamo punti di possibile interazione e di futura dialogicità. Prima di una sintetica rassegna dei testi, vogliamo apporre una doverosa premessa. La maggior dimostrazione della inutilità ed impraticabilità, rispetto ad un percorso realmente rivoluzionario, della forma-partito viene proprio dal tipo di autocritica compiuta dai suoi stessi militanti, purtroppo solo in seguito alla sconfitta subita dalla loro forza organizzata. Sembra che, di fronte all'attacco statuale che ha determinato l'arresto di centinaia e migliaia di compagni, si sia prodotto un fenomeno bizzarro: finalmente "liberi", proprio perché imprigionati, i militanti si svelano nelle loro ricchezze e nelle loro miserie, nelle contraddizioni fino ad ora assorbite ed azzerate dalla ragion politica e dalla matrice organizzativa, dando vita ad un dibattito assai variegato e spesso addirittura ricco. È questo paradosso che ci colpisce, e cioè che, per rompere l'ideologia e lo schema della "avanguardia armata" più o meno monolitica e compatta, si sia dovuta attendere là sconfitta o là disfatta politico-militare!
Se è vero, come scrisse Marx, che le forze controrivoluzionarie accelerano il rinsaldamento dell'energia rivoluzionaria, è comunque ben singolare che molti abbiano dovuto attendere l'imprigionamento per sprigionare quell'intelligenza che precedentemente rinserravano nella solita routine. Purtroppo però è ben vero, per dirla con Hegel, che le abitudini si conformano come seconda natura dell'uomo; così talora le abitudini sembrano essersi plasmate direttamente sul cervello dei soggetti onde impedirne un'autentica liberazione.
Ci si riferisce qui soprattutto à quei tentativi che, pur proponendo "polifonie" e "complessificazioni", in realtà ci sembrano poco procedere sul terreno della critica radicale. più che altro ci pare - e i fatti hanno là testa dura, come dovette riconoscere pubblicamente lo stesso Lenin - che alcuni ai fatti si siano adeguati senza tuttavia superarne il senso e il segno. Esemplare in questa direzione è l'autointervista compiuta dal collettivo che ha prodotto il testo "non é che l'inizio". Questo gioco di domande e risposte secondo noi svela puntualmente il vero pensiero degli estensori, al di là degli equilibrismi innovativi. Ci sembra, insomma, che essi sviluppino un'autocritica solo perché i fatti là impongono, onde impedire di esser travolti dà una reale critica radicale. Infatti, cosa significa agitare là "rottura" operata al loro interno e che ha dato vita al partito-guerriglia come il tentativo più amplio di complessificazione di schemi guerriglieri? Ci sono alcuni punti, impliciti ed espliciti, di simile ragionamento che ci trovano assolutamente discordi. Non vogliamo entrare nel merito delle miserie espresse dal sedicente P-g poiché sono sotto gli occhi di tutti. Ci interessa invece scalzare dà subito un mito che pare scontato: l'esistenza di una guerriglia italiana. Diciamo le cose come stanno: là lotta armata è stata il prodotto contemporaneo sia di fredda volontà politica che di passionale risposta alle condizioni del presente. La prima è stata causa dei ritardi teorici-pratici dell'intero movimento rivoluzionario; là seconda, invece, ha creato "stranamente" dei soggetti migliori delle loro opinioni, delle donne e degli uomini vitalmente insofferenti al sistema capitalistico di relazioni. In effetti quasi tutti sono costretti à riconoscere che non si è andati oltre là forma della "propaganda armata", senza che avvenisse un reale salto o innovamento alla e della guerriglia sociale e metropolitana. Ma nessuno sembra veramente chiedersi su cosa vertesse tale "propaganda". Era là propaganda di tesi politiche precostituite, reduci dagli schemi ideologici del movimento operaio passato, incapaci di entrare nel vivo del magma sociale e delle tensioni controsocietarie che, al contrario, si volevano ridurre dentro sistemi politici e dunque amministrativi.