Giovedì, Dicembre 27, 2007
IL MONDO INDUSTRIALE E I SUOI PRINCÌPI
“Stati di emergenza” e “stati di eccezione” sono divenuti
la regola, guerre e guerre civili sono divenute
la normale forma di esistenza del presente modo di vita.
Karl Korsch
Lo stato di eccezione (o di emergenza) permanente nel quale viviamo esige che la critica sociale riunisca il meglio delle sue intuizioni passate e delle sue attuali ragioni per porre sulla piazza pubblica la necessità di un'autonomia sovversiva contro il mondo industriale e i suoi princìpi.
Mentre il progresso ci impone di pagare un riscatto ormai esorbitante, un sentimento sempre più vivo ci dà la misura di una realtà effimera fatta di paccottiglia. Tutto ciò alimenta un nuovo senso comune: il mondo industriale è alla frutta. Se la potenza tecnologica è sfuggita dalle mani dell’uomo e si ritorce ora contro di lui è perché la ragione strumentale e riduttrice che l'ha fondata portava in sé la propria autonomizzazione. Ecco le principali caratteristiche di questo processo storico e del sistema che ha prodotto:
- l’irreversibilità: contrariamente alla vulgata progressista secondo la quale è l’uso che se ne fa a determinare la portata di un mezzo, gli attuali strumenti tecnologici (energia nucleare, cioè radioattività diffusa, scorie impossibili da gestire, oppure biotecnologie, cioè inquinamento genetico, mutazioni, ecc.) dimostrano che la neutralità della tecnologia è un’evidente menzogna. Il carattere irreversibile di una tecnica la rende umanamente inaccettabile;
- l’assenza di limiti: la potenza tecnologica non può esistere che bruciando tutto ciò che le sta dietro. Il capitalismo nel suo processo economico e l’automazione nel suo principio funzionano allo stesso modo: le svalorizzazioni economiche periodiche e brutali (crolli della Borsa, distruzioni provocate dalla guerra, obsolescenza programmata delle merci), così come la liquidazione degli antichi saperi al fine di rendere indispensabili le protesi tecnologiche, ci gettano in un divenire cieco. Tutto ciò che è tecnicamente realizzabile è legittimato come scientifico: di fronte a una simile demenza in cui il divenire umano è imprigionato in un processo meccanico senza fine, il bisogno di un autentico progresso – nei costumi, nella mentalità, nei rapporti sociali – va cercato contro questa marcia forzata;
- l’innovazione per l’innovazione: la funzione di questo motore dell’industria è quella di escludere i saperi, le capacità e le tecniche precedenti. La pretesa moderna di porsi al vertice della piramide delle conoscenze rende impossibile la coesistenza di tecniche di epoche diverse. Allo stesso modo, l’innovazione affidata agli specialisti finisce per rendere impossibile, a causa della sofisticazione tecnologica e degli apparati necessari alla sua manutenzione, l’ingegnosità di base della società. Facciamo ormai persino fatica a immaginare cosa succederebbe se la creatività degli esseri umani, invece di lavorare come oggi al servizio del profitto e della guerra, fosse al servizio della libertà e dell’autonomia;
- la falsa universalità dei suoi princìpi e della sua realizzabilità: esposta come oggetto di desiderio a tutti gli abitanti della terra, la tecnologia è in realtà praticamente inapplicabile alla maggior parte del pianeta, salvo catastrofi scientemente organizzate;
- la produzione di massa: non potendo che essere concentrata e specializzata, questa spossessa le comunità di base dei propri mezzi di sussistenza e le abitua a veder arrivare le cose da lontano (si tratti di merci o di disastri ecologici), rendendo caduco quando non sospetto lo scambio diretto e ravvicinato;
- la concentrazione dei mezzi di produzione e del modo di abitare: tutto ciò ha oltrepassato da tempo la soglia in cui i supposti vantaggi si sono rovesciati in danni manifesti: l’ammassamento delle popolazioni nelle città ha lasciato il posto all’isolamento e al più angoscioso anonimato;
- l’aumento sfrenato e senza fine della produttività: questo processo, invece di sfociare nel famoso tempo “libero”, rende l’umanità insieme più passiva e indaffarata, poiché, in conformità col vecchio adagio secondo cui la natura umana mercificata ha orrore del vuoto, il tempo individuale e sociale si riempie a tutta velocità d’ogni sorta di necessità artificiali. Senza contare che, anche in senso stretto, la giornata di lavoro si sta allungando per milioni di salariati.
I princìpi dell’efficacia tecnica quale valore assoluto organizzano un mondo invivibile; il suo funzionamento delirante, che ai mali da esso stesso provocati risponde con rimedi ancora peggiori, vuole farci credere che non c’è via d’uscita possibile. Il dominio mostra chiaramente la sua razionalità mostruosa imprigionandoci in una sorta di bolla di sapone (“imbottigliamento” mediatico, ricomposizione artificiale della natura, azione sul sistema cerebrale umano). A favorire tutto questo c’è lo scarto ogni giorno più grande fra l’accelerazione non-umana delle innovazioni tecnologiche e la lentezza, questa sì ben umana, della coscienza a diffondersi nella società. Un simile scarto trova nell’isolamento degli individui un formidabile alleato, perché permette all’apparato tecno-industriale di presentarsi non come il prodotto di un’attività sociale, bensì come una misteriosa potenza fuori dalla storia, quindi eterna. Dipendenza materiale dalle costrizioni industriali, senso di impotenza e richiesta di protezione si fondano così in una tenace sottomissione che ricorda terribilmente quella dell’uomo totalitario degli anni Trenta.
Qualcuno ha detto che ormai persino la qualità del cibo è diventata una questione rivoluzionaria, dal momento che per soddisfare una simile richiesta bisognerebbe sovvertire gli attuali rapporti sociali. Non è forse logico che, da quando gli agricoltori sono diventati un’infima minoranza, per fornire il cibo agli abitanti ammassati nelle città si industrializzi l’agricoltura, si ricorra a ogni genere di pesticidi e così via? Dal grande al piccolo, dal piccolo al grande, se per il profitto si bombardano intere popolazioni, cosa può impedire a quegli agenti commerciali che hanno sostituito i contadini di produrre vino al metanolo oppure di ingrassare le vacche con le farine animali? Se l’uomo è solo un consumatore di merci, perché la natura non deve essere un grande magazzino da saccheggiare? Per avere altro cibo ci vuole una vita radicalmente diversa.