Mercoledì, Novembre 14, 2007

L'apparato


Per il vertice del G8, la città di Genova viene presa dall’Apparato come terreno per una gigantesca sperimentazione: verificare il grado di sottomissione dei suoi abitanti e testare, in un appuntamento fissato, nuove tecniche per sedare le possibili rivolte del futuro. Intendiamo per Apparato un insieme di dispositivi architettonici, di sistemi di controllo e di strategie poliziesche, come anche la rappresentazione mediatica finalizzata a fare accettare l’esistenza o la falsa critica di tutto ciò. Genova è contemporaneamente il teatro di un imponente gioco di ruolo al quale partecipano da un lato i "potenti" e dall’altro i "contestatori-riformatori" suddivisi in varie squadre. Come di regola, da un lato e dall’altro ci sono i re e i loro alfieri. Ben si comprende come già prima di luglio 2001 comincino i preparativi per quella che sarà la scacchiera dell’incontro-scontro. Anche a livello internazionale si possono osservare dei precedenti e molti sono i segnali che fanno pensare a una presa di posizione uniforme. L’Europa si mostra unita nell’opera di repressione di tutti i movimenti di protesta, riformisti e non, assorbendo quello che si può dai primi e isolando, colpendo gli altri. Ma Genova deve essere qualcosa di più: con il G8 si riassumono gli aspetti peggiori di due anni di repressione che da Praga va a Göteborg passando per Napoli.

La mano armata del potere si stende su Genova con tutti i suoi dispositivi di controllo, dispiegando un esercito dotato di mezzi per fronteggiare ogni evenienza, compresa la minaccia di coloro che saranno etichettati come "terroristi". Si potranno contare 20.000 pedine tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, 3000 tra militari, paracadutisti, guardie carcerarie, marines, avieri, incursori, sommozzatori e specialisti della guerra batteriologica, nucleare e chimica. Saranno predisposti cecchini sui tetti delle case del centro storico. Ogni vettura in dotazione alle forze di polizia sarà munita di apparecchiature satellitari. Tutte le forze dislocate sul territorio saranno coordinate da un’unica centrale operativa. I missili predisposti all’aereoporto rendono bene l’idea di come Genova si stia trasformando così in un ottimo terreno per una guerra preventiva. La città sarà monitorata 24 ore su 24 anche grazie all’installazione di decine di telecamere in diversi punti chiave, saranno raddoppiate le antenne per la telefonia mobile (il cui numero sale da 200 a 400).

Viene organizzato e finanziato persino un "battaglione sanitario": una task force (termine che in questi mesi verrà usato per qualsiasi tipo di iniziativa istituzionale) composta da esperti in grado di «intervenire in caso di una situazione di catastrofe che implichi una preparazione e un addestramento specifici». Vengono attrezzate 20 sale operatorie e messe a disposizione 180 ambulanze. Il costo dell’operazione supera i 4 miliardi di lire. Sempre in nome della sicurezza, a maggio vengono stanziati con un apposito decreto legge ulteriori fondi (21 miliardi di lire) per le delegazioni che interverranno al G8.

Nel periodo precedente il vertice, Genova e i suoi abitanti conoscono così una sorta di sperimentazione di uno stato marziale. La città viene divisa nel suo interno con la creazione della "zona rossa" – un perimetro di 3 km e 770 metri che coinvolge 13700 abitanti – e circondata a sua volta da una "zona gialla". Già a marzo si assiste a una prima schedatura di massa della popolazione del centro storico (3050 persone). L’Apparato con il suo tribunale armato giudica e divide le persone in terroristi, clandestini, violenti e oppositori da un lato, cittadini, funzionari, politici, portaborse e giornalisti dall’altro. Questi ultimi, giudicati i soli degni di abitare la città, saranno forniti di uno speciale pass da mostrare ai varchi per accedere alla zona rossa, status symbol di una promozione ottenuta. La città risulterà non solo divisa socialmente ma anche materialmente da reti metalliche come barriere, da check-point, da percorsi obbligati e labirinti ossessionanti, il tutto accompagnato da una spudorata sospensione della "libera" circolazione.

La zona rossa viene a sua volta spartita tra polizia e carabinieri; la Digos e il Ros accerteranno se fra gli abitanti ci sono "contestatori violenti", clandestini o più in generale indesiderabili. All’indagine si unirà anche la Guardia di Finanza che accerterà la regolarità delle abitazioni, preludio e premessa tecnica per giustificare operazioni di rastrellamento, sgombero, deportazione ed espulsione. Già nei primi giorni di gennaio, vengono denunciati decine di rom che nei mesi precedenti avevano occupato una vasta area interna ad una fabbrica dismessa nella periferia genovese. Questa operazione segna l’inizio di un’imponente opera di "pulizia" e controllo e dà il via a un sempre più crescente attacco della questura nei confronti di immigrati regolari e clandestini, sia nella parte vecchia della città che nei quartieri decentrati come a Sampierdarena e Cornigliano. Identificazioni e fermi continuano a ritmo sostenuto per mesi. La situazione per gli immigrati si inasprisce sempre più; in particolare, la Lega Nord, oltre ad organizzare una manifestazione nel centro cittadino, partecipa in nome della "sicurezza" a una rete di sorveglianza insieme a Forza Italia e a varie associazioni ("Comitato Genova G8 Città Sicura").

Gli sgomberi e i rastrellamenti, per quanto numerosi, talvolta non vanno a buon fine perché le forze dell’ordine si trovano di fronte una determinazione inaspettata; esemplare in questo caso è l’occupazione di uno stabile del Lagaccio, quartiere situato a ridosso del centro cittadino.

Continua per i mesi precedenti il G8 la "pulizia" di quanti, non risultando funzionali all’evento, costituiscono un pericolo per l’ordine della città; nel giro di pochi mesi Genova dovrà essere rimessa a nuovo, sia dal punto di vista architettonico che sociale. In questo "abbellimento" generale per la creazione di una "scenografia" di proporzioni enormi, l’Apparato inaugura numerosi provvedimenti talvolta ridicoli, come il diffidare dallo stendere biancheria alle finestre del centro, e talaltra aberranti, come l’uso di cani anti-barbone nei pressi della stazione di Brignole. Il compito di salvaguardare dal "barbonaggio" e da atti di vandalismo il parco mezzi di Terralba viene affidato alle guardie giurate della Lince che agiscono per conto delle Ferrovie. Varie organizzazioni di volontariato cooperano con il Comune nella pulizia della "scacchiera" dell’evento, individuando destinazioni per la deportazione dei senzatetto (quasi duecento) da Genova. In questo contesto minaccioso, uno dei banchi di prova in vista del G8 è fornito dal Concistoro in Vaticano, in occasione del quale Roma viene blindata per la paura di attentati. L’intelligence ha la convinzione che in Italia integralisti islamici si stiano organizzando per sferrare attacchi e, più in generale, si fa di tutto per diffondere la paura della possibile presenza di elementi pericolosi. Franco Frattini (presidente del comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti) il 2 marzo dichiara: «Esiste una rete internazionale per sabotare il G8, una rete che attraversa Italia, Francia e Germania. Gruppi di 15-20 persone di varia nazionalità si sono già incontrati a Nizza, Lione, Berlino, Monaco e Norimberga per preparare la guerriglia. In Italia il cuore organizzativo è il Veneto e il Trentino Alto Adige. A Genova controlliamo con attenzione l’Inmensa».

Il Sisde, attraverso la divulgazione di diverse informative, partecipa e contribuisce al costituirsi di questo clima, segnalando la presenza sul territorio «di coloro che non escludono il ricorso ad azioni di scontro o ad iniziative violente»; vengono ritenuti probabili «il danneggiamento e il sabotaggio anche simbolico di impianti e sedi di industrie del settore delle biotecnologie e della ricerca genetica». Sempre secondo il Sisde, fra i vari blocchi di manifestanti che ha individuato (rosa, giallo, blu e nero) quelli che destano maggiore preoccupazione sono «quello blu (Autonomia Operaia) e quello nero (una quarantina di gruppi anarchici)». Va aggiunto che il 12 giugno, davanti al palazzo della Regione, 400 operai dell'Ilva vengono caricati dalla celere durante un presidio contro i licenziamenti.

 

L’Apparato si muove per l’affermarsi delle divisioni sociali e per riuscire a creare a Genova un non-luogo in cui si possa svolgere l’incontro-scontro: chiusi le stazioni ferroviarie, il porto e l’aeroporto, la strada sopraelevata lungo mare (una delle arterie della città), il principale ingresso autostradale, chiusi gli accessi in spiaggia, i posti di lavoro, sospese le udienze ordinarie, le operazioni chirurgiche, i matrimoni e i funerali. A partire da una settimana prima del G8, vengono impediti con vari decreti manifestazioni, concentramenti, distribuzione di volantini e quant’altro.

Chiuse le frontiere con la Francia e con l’Austria, il che significa di fatto la sospensione di quanto stabilito in proposito dal trattato di Shenghen; una manifestante viene investita durante una protesta alla frontiera di Ventimiglia e alcuni giorni dopo muore. Sarà il primo morto del G8. In questo clima di vessazioni continue, gli abitanti di Genova sono invitati a lasciare la città durante i giorni del G8 per una "breve vacanza". 200 detenuti vengono trsferiti al fine di far posto ai manifestanti. Forse in base a uno studio statistico (durante le manifestazioni di Quebec City, ad esempio, ci furono 423 arresti), il potere calcola il numero di 600 detenuti a cui far posto.

Genova non ha mai conosciuto nella sua storia uno sfoggio così capillare e ossessivo di controllo, neanche durante l’occupazione nazista o nei giorni della sommossa di giugno-luglio 1960.

In questo contesto, i "sopravvissuti" si preparano per la gestione dell’evento; in vista del G8, da un lato il potere si muove per assicurare un vertice perfetto, dall’altro gli alfieri della "società civile" si mobilitano per un contro-vertice che possa segnare il trionfo delle loro politiche riformiste. Le parti in gioco ebbero già modo di incontrarsi e scontrarsi a Genova durante Tebio (fiera degli o.g.m.) e a Napoli in occasione del vertice OCSE. Allora, come in altre occasioni, Tute bianche e compari avevano concordato scontri simbolici con la polizia ed espresso l’intenzione di bloccare i cosiddetti violenti per assicurarsi il successo del loro contro-vertice. Questi contestatori si mostrano così pienamente inseriti nell’Apparato: là dove il potere rivela ai suoi sudditi di avere delle regole che non si possono violare, anche costoro pretendono la sottomissione dai loro adepti attraverso la regolamentazione della protesta e della rabbia, mostrandosi perfettamente assimilabili a un mondo in cui tutto viene disciplinato. Un esempio significativo sarà l'invito che il Genoa Social Forum rivolgerà ai ferrovieri affinché sospendano il loro sciopero nazionale in programma per il 13 e 14 luglio, sciopero che ostacolerebbe l'arrivo dei manifestanti.

Va inoltre ricordato, ad esempio, come già nei primi giorni di gennaio, 150 fra attivisti di vari centri sociali, sindacalisti, preti e giornalisti si incontrano al porto di Genova e al centro sociale Zapata per simulare diversi tipi di scontro con le forze dell’ordine; le varie rappresentazioni da parte dei contestatori-riformatori saranno numerosissime nei mesi precedentii il G8. Tutto ciò rientra nei meccanismi ben oleati dell’Apparato che, in varie forme, presenta l’avvenimento come già avvenuto; ben prima di luglio vertice e contro-vertice sono analizzati, studiati, descritti in ogni particolare, si ipotizzano perfino i probabili morti.

I mass media sono coinvolti nei preparativi dell’evento con l’inscenare diverse ipotesi su come si svolgerà l’incontro-scontro. In questo quadro di pre-visione, essi assumono un ruolo ben preciso: da un lato creare un finto dibattito («è giusto l’intervento dell’esercito per motivi di ordine pubblico?») dall’altro dare delle direttive prefigurando varie situazioni di scontro, anche attraverso l’utilizzo di immagini di repertorio (per esempio quelle di Göteborg).

La rappresentazione mediatica assume così l’importante ruolo di far convogliare l’attenzione su percorsi precostituiti che dovrebbero portare a Genova le persone già ammaestrate per calarsi in una delle parti del gioco. In un ginepraio di ipotesi su un incontro ancora da avvenire, i mass media contribuiscono a diffondere uno stato di paranoia generalizzata, facendo risaltare gli aspetti più macabri o terrorizzanti: si paventano, per esempio, deliranti scenari di palloncini con sangue infetto come arma in mano ai manifestanti o si dà un eccessivo rilievo ai continui falsi allarmi bomba come prefigurazione di una catastrofe imminente. Vanno aggiunti, nel clima del pre-vertice, gli attacchi incendiari contro agenzie interinali, l'invio di pacchi-bomba (a una caserma dei carabinieri, dove un milite rimane ferito alla mano, ad Emilio Fede, agli uffici della Benetton e a un sindacato di secondini spagnoli a Barcellona) e un fallito attentato contro la polizia a Bologna – azioni rivendicate da gruppi leninisti e anarchici contro il G8, in solidarietà coi prigionieri, coi Mapuche o in ricordo di alcuni compagni assassinati dallo Stato. Al centro sociale Leoncavallo, spazio delle Tute bianche di Milano, arriva un pacco contenente merda di cane. Rispetto ai pacchetti-incendiari, bisogna precisare che quello idirizzato a Emilio Fede viene aperto dalla segretaria, la quale rimane lievemente ustionata, mentre quello al direttore della Benetton viene aperto, fortunatamente senza conseguenze, da un dipendente. Le dichiarazioni del Genoa Social Forum attribuiscono ai servizi segreti, secondo l'immancabile copione della sinistra italiana, tali azioni, il cui obiettivo – per questi specialisti della menzogna – sarebbe colpire non il potere, ma il movimento (vedi il capitolo "I traghettatori del consenso").

In questa gigantesca fantasmagoria, si cerca di contenere in un’unica cornice tutti i partecipanti alla farsa: il potere, i suoi volenterosi contestatori-riformatori e anche coloro che invece vorrebbero rovinare tutta la messa in scena. Già prima del G8, questi ultimi saranno sottoposti a una campagna repressiva: Digos, Ugigos e Ros formulano richieste di custodia cautelare preventiva o altre misure restrittive per molte persone che dalle informative risultano intenzionate ad andare a Genova con propositi violenti. Questa campagna di prevenzione si traduce di fatto con obblighi di residenza per alcuni e con perquisizioni (effettuate per lo piu’ nel Nord-Italia) per altri.

Nel di marzo Fini annuncia "tolleranza zero" verso i manifestanti violenti e, alla luce del vertice OCSE di Napoli, insiste sulla possibilità di fermarli prima poiché, dice, tutti sanno dove sono e cosa fanno. Il ministro degli Interni Scajola parla, già il 18 luglio, di 850 persone fermate alla frontiera, a cui vanno aggiunti almeno i 150 greci bloccati nel porto di Ancona il 19. Meglio si spiega in questo contesto la creazione della minaccia costituita da coloro che sfuggono alle regole democratiche e che a livello mediatico vengono identificati nei Black Bloc.

Dopo il G8, gli abitanti di Genova ritroveranno la loro quotidianità in uno spazio urbano normalizzato e insieme sfigurato dai dispositivi del potere. A riprova della regola secondo la quale le situazioni di emergenza, imposte con l’ecologia urbana della paura, diventano in seguito la norma. Il controllo elettronico nel frattempo si estende e si incentivano, per esempio, quelle aziende che intendono dotarsene. Alcune vie del centro storico vengono chiuse con cancelli privati, una sorta di versione perbene delle grate e delle transenne. I posti più impensati – come piccole scalinate, piazzette, gradini delle chiese – vengono ora sorvegliati e addirittura trasformati con l’installazione di spuntoni metallici che impediscono la sosta dei passanti. A Genova, come nel resto d’Italia, entrano in servizio poliziotti e carabinieri di quartiere; pattugliamenti e rastrellamenti diventano normali operazioni di polizia. Passati i giorni della protesta, esauritasi la rivolta, molto di ciò che è stato predisposto dall’Apparato è ora un’eredità dei genovesi. Chissà se nell’apparente neutralità di cancelli e telecamere qualcuno riuscirà a vedere la brutalità della polizia, e in quelli oggetti inanimati il sangue di chi si è battuto per liberare le strade e la vita.

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