Mercoledì, Novembre 14, 2007
introduzione
Anche soltanto per vedere bisogna riuscire a
togliersi dagli occhi la sabbia che di continuo vi sparge il presente.
Hugo Von Hofmannsthal
Sabbia. Ecco cosa offusca la nostra vista, facendoci vivere in una fantasmagoria in cui tutto sembra vivo e nulla è reale. Ci perdiamo in un rapido alternarsi di immagini stranamente vivide e attraenti, facendoci trasportare dal loro potere ipnotico. Quella che dobbiamo raccontare non è forse una storia di fantasmi, di ombre scambiate per prede, di specchi deformanti considerati occhiali della verità? E lo è stata fin dall’inizio.
Pensiamo al neoliberismo contro cui lanciano i propri strali le anime belle della sinistra. Anziché criticare l’organizzazione sociale che riduce l’essere umano a merce e pone l’universo e la vita agli ordini dell’economia, ci si lamenta per un dettaglio della sua politica. In sé il neoliberismo non fa altro che abbattere le frontiere nazionali per facilitare l’espansione planetaria del mercato. Battersi per mantenere queste frontiere significa battersi per un capitalismo su scala ridotta, un capitalismo locale, possibilmente dal volto umano, dove la classe dominante indigena non venga scavalcata da quella transnazionale. Come a dire, abbasso le multinazionali straniere perché fanno chiudere le piccole e medie imprese nostrane. È solo questo che desideriamo, consumare merci prodotte sotto casa?
E che dire dei vertici dei potenti della Terra? Appuntamenti mediatici, in cui nulla di concreto viene stabilito giacché chi vi partecipa si limita a formalizzare e a rendere pubbliche decisioni già prese altrove. Il loro susseguirsi nello spazio e nel tempo è solo l’ipocrita risposta alle domande di trasparenza e di eguaglianza che si alzano da più parti. Come se, incontrandosi spesso e dappertutto, i «nostri» rappresentanti intendano dimostrare che non esiste nessuna politica prestabilita, nessun centro direttivo, che tutto è sempre aperto: basta mettersi in fila, farsi avanti e discutere civilmente. Laddove è noto da tempo che non è più questione di se, ma solo di quando e come.
La stessa evanescenza affligge anche i controvertici, in tutte le loro manifestazioni. Dopo lo spettacolo dell’esercizio del potere, non poteva mancare lo spettacolo della contestazione al potere — magari sotto forma di invasione della «zona rossa». A questo ameno attivismo militante si dedicano i vari racket cattolici o di sinistra che seguono gli spostamenti dei capi di governo e dei loro ministri come il cane segue il proprio padrone, cercando in tutti i modi di attirarne l’attenzione. Come se il dominio non fosse espressione dei rapporti sociali ma dipendesse dalla volontà di otto uomini di Stato, su cui occorre per questo esercitare una certa pressione. Come se bastasse sedere a quel tavolo, o farci finire sopra la relazione giusta, per porre fine allo sfruttamento e all’insensatezza dell’esistenza umana.
E un fantasma è stato anche il Black Bloc, una volta finito nelle mani della rappresentazione mediatica. Nato su ispirazione delle lotte degli anni Settanta in Germania e venuto alla ribalta a Seattle nel 1999, è stato reimportato qui in Europa e presentato come ultimo grido in materia di radicalità. Ma, se negli Stati Uniti i rivoltosi nerovestiti avevano costituito in effetti una frattura nella tradizione locale della pacifica contestazione radical-chic, qui in Europa sono diventati, grazie ai media, una moda, una parodia, frutto di quella odiosa abitudine di catalogare ed etichettare per meglio controllare, nonché un fatto di folclore — con tanto di tamburini e sbandieratori che si sono esibiti per la gioia dei teleobiettivi di tutto il mondo. Una certa atletica tattica di strada non può che suscitare simpatia, ma se viene presentata come progetto radicale sovversivo non possiamo fare a meno di avvertirne la miseria.
Ad ogni modo la lanterna magica da cui ridondano tutte queste immagini, sgargianti nella loro inconsistenza, si trovava qui in Italia tre anni fa in occasione del G8 e dalle sue proiezioni non ci si aspettava granché, tanto il canovaccio sembrava scontato. Se non fosse stato che... a furia di rappresentarla, simularla, demonizzarla, la rivolta si è scatenata davvero per le strade di Genova, quel venerdì 20 di luglio. Una rivolta furiosa che ha saputo resistere per ore alle cariche della repressione, ma che ha ceduto in fretta sotto i colpi del chiacchiericcio mediatico, del commento sociologico, del distinguo militante, dell’inquisizione poliziesca. Sepolta sotto una montagna di sabbia, la sabbia del presente.
È ora di cominciare a pulirsi gli occhi.
Dopo gli Stati Uniti, la Svizzera, la Cecoslovacchia, la Francia, la Svezia, spettava all’Italia ospitare il raduno dei politici più potenti del mondo e dei loro pseudo oppositori. Per il governo Berlusconi, da poco in carica, si trattava del primo grande impegno internazionale. Tutto doveva filare alla perfezione, nulla poteva essere trascurato. I bellicosi proclami dei contestatori da avanspettacolo furono enfatizzati dalla stampa assieme alla probabile minaccia del "terrorismo internazionale". Anche se nessuno credeva davvero alle parole dell’autonominatosi tribuno del popolo Casarini, la cui retorica pseudo guerrigliera faceva scorrere più lacrime di risate che brividi di paura; anche se nessuno credeva sul serio a possibili incursioni di kamikaze arabi; il clima si era fatto rovente. Il governo, in cui per la prima volta la destra più reazionaria aveva un ruolo predominante, probabilmente su indicazione stessa dei suoi imminenti potenti ospiti, decise di dare una volta per tutte il buon esempio e affrontò la questione prendendo misure marziali. Già nei vertici precedenti avevamo assistito ad un progressivo incremento della repressione che aveva raggiunto il culmine a Göteborg, nella "civilissima" Svezia, quando un manifestante era stato colpito alle spalle dal fuoco della polizia. Nell’Italia di Berlusconi, Fini e Bossi, una città come Genova è stata messa in ginocchio attraverso una militarizzazione del territorio senza precedenti: strade chiuse e blindate con grate alte cinque metri, l’intera circolazione stradale ridisegnata, i tombini precauzionalmente saldati... e non sono mancati provvedimenti più comici (via le mutande e i calzini dai balconi!). Molti abitanti esasperati lasciarono la città, che assunse le lugubri sembianze di un enorme campo di concentramento. Ventimila uomini di tutti i corpi armati dello Stato confluirono nel capoluogo ligure per pattugliarlo. Vennero istituiti posti di blocco, ordinati sacchi dove rinchiudere eventuali morti, piazzati tiratori scelti sui tetti e sommozzatori in acqua. Fu predisposto un autentico centro di torture per prigionieri a Bolzaneto, la cui gestione venne assegnata ai gentiluomini della squadra speciale antisommossa carceraria (il GOM). Mentre il compito di garantire l’ordine pubblico fu affidato principalmente all’Arma dei carabinieri, i quali formarono per l’occasione i CCIR (contingenti carabinieri a intervento risolutivo), costituiti da militari diretti da ufficiali del corpo d’elite «Tuscania», già attivi in Somalia, in Bosnia, in Albania.
Da parte dello Stato non ci preparava a contenere una contestazione, ma ad affrontare una guerra. Non si trattava di controllare manifestanti, bensì di fare piazza pulita di nemici. A Genova lo Stato ha sperimentato per la prima volta in maniera così sistematica, esplicita, diffusa, contro la propria popolazione, la logica militare che presiede le missioni internazionali. A dimostrazione di come, in un mondo unificato dalla religione del denaro, la linea di demarcazione fra nemici esterni e nemici interni vada scomparendo. Dopo tutto, se la guerra viene considerata una operazione di polizia, una operazione di polizia può ben considerarsi una guerra.
Il campo di battaglia previsto era quello che si snodava attorno alla «zona rossa». È qui, sotto i cancelli e le staccionate eretti a protezione della sede del vertice, che si attendevano gli assalti dei manifestanti. È qui che i capetti della contestazione mediata e mediatica hanno chiamato a raccolta le loro truppe cammellate. È qui che si sono concentrati anche i cani da guardia del dominio per respingere la pressione dei sudditi scontenti venuti ad elemosinare i propri illusori diritti. Tutto sembrava pronto. Una moltitudine di rispettosi cittadini che grida le proprie ragioni, le forze dell’ordine assoldate per respingerle, la scaramuccia concordata a tavolino per evocare ed esorcizzare lo spettro dello scontro, i giornalisti accorsi da tutto il mondo, gli applausi finali perché alla fine tutto doveva svolgersi tranquillamente, vertice e controvertice. Nulla di tutto ciò si è verificato. Da parte delle istituzioni non c’era una reale intenzione di evitare lo scontro, quanto la precisa volontà di dare una lezione indimenticabile agli ingrati consumatori del benessere occidentale; da parte del movimento, di una parte di esso, c’era chi preferiva essere protagonista di una ribellione esplicita contro i cosiddetti Signori della Terra piuttosto che fare lo spettatore o la comparsa di un’agitata sceneggiata a beneficio dei mass media. Così, attorno alla «zona rossa» i rivoltosi non si faranno vedere, preferendo disertare lo scontro virtuale concordato con le istituzioni per andare a cercare lo scontro reale, quello senza mediazioni. Parecchie centinaia di nemici di questo mondo, assai diversi fra loro, senza capi né gregari, senza testa né coda, decisero di rifiutare l’appuntamento prestabilito con la politica per recarsi a quello al buio con i propri desideri. Pur essendosi presentati nella città e nella data stabilite dall’agenda istituzionale, andranno dove non erano attesi. Anziché lanciarsi a testa bassa verso un supposto cuore del dominio preferiranno muoversi altrove, ben sapendo che il dominio non possiede alcun cuore perché si trova dappertutto. Gli spazi fisici dove si pratica il culto del denaro, dove aleggia il fetore della merce, dove si ode la menzogna del commercio — e non i meri «simboli» del capitalismo, come preteso dalla sinistra vulgata degli adoratori dell’esistente — subiranno la critica pratica dell’azione: le banche saranno prese d’assalto, i supermercati saccheggiati, i negozi attaccati.
Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie più remote o più care memorie; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come la propria città:[…] propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze assolutamente immediate. Ci si appropria di una città fuggendo o avanzando nell’alternarsi delle cariche, molto più che giocando da bambini per le sue strade o passeggiandovi più tardi con una ragazza. Nell’ora della rivolta non si è più soli nella città.
Furio Jesi
Nel loro procedere, con il passare delle ore e il montare della rivolta, i flussi dei rivoltosi si trasformavano quanto a composizione (passanti e curiosi si univano ad essi) trasformando l’ambiente circostante. Dopo il loro passaggio, nulla era più come prima. Le auto, da scatole mobili che trasportano i lavoratori alla loro condanna quotidiana, diventarono giocattoli con cui divertirsi e barricate con cui fermare la polizia. Le sirene pubblicitarie furono mese a tacere. Gli occhi elettronici vennero accecati. I giornalisti vennero allontanati. I saccheggi trasformarono le merci da pagare appannaggio di pochi in beni gratuiti a disposizione di tutti. Attraverso scritte colorate le mura si liberarono del loro sconfortante grigiore. Le strade, i cantieri, i palazzi furono usati come arsenali. L’urbanistica, modellata sulle esigenze dell’economia e perfezionata dagli imperativi del controllo, si sciolse sotto il fuoco della sommossa. In tutti questi atti i rivoltosi ritrovarono l’autentica abbondanza, quella che non viene né contemplata in astratto, né scambiata contro l’umiliazione del lavoro. Molte volte si scontrarono con le forze dell’ordine, non di rado seppero evitarle. Come sempre accade in ogni momento di rottura con l’esistente, l’euforia cominciò a dilagare ed il buon senso smise d’essere moneta corrente. Ben presto l’impossibile diventò possibile: il carcere di Marassi, in buona parte svuotato per lasciare spazio ad eventuali arrestati, venne attaccato. Stessa sorte toccò ad una caserma dei carabinieri. Da parte loro, gli uomini in divisa dispiegarono tutta la violenza di cui erano capaci. Chi ha accusato i rivoltosi nerovestiti di aver provocato la repressione farebbe meglio a prendere atto che fin dall’inizio le cariche furono indiscriminate e travolsero chiunque, coinvolgendo spesso e volentieri pacifici manifestanti. Ciò significa che l’operato di polizia e carabinieri era già stato previsto ed organizzato, come forma preventiva di dissuasione nei confronti di tutti. Non fu affatto il risultato di un eccesso di zelo, di troppo nervosismo o di inesperienza, ma fu il vero volto del terrorismo di Stato che si scatenò senza freni, lanciando a folle velocità i suoi veicoli blindati contro i manifestanti inermi. Sotto un diluvio di lacrimogeni sparati perfino dagli elicotteri, le strade cominciarono a coprirsi del sangue di centinaia e centinaia di manifestanti. Fu proprio questo a determinare il dilagare generalizzato della rivolta. Fino a quel momento le devastazioni dei rivoltosi non erano andate molto più in là di quanto già accaduto nelle occasioni precedenti, la prevista azione diretta ad opera di qualche centinaio di compagni che approfittavano della situazione. Ma proprio ciò che avrebbe dovuto fermarla, l’intervento poliziesco, finì per alimentarla. La brutalità degli uomini in divisa portò infatti ad una sollevazione generale. Nel giro di poco tempo, migliaia di manifestanti fino a quel momento pacifici si unirono ai rivoltosi e iniziarono a battersi contro la sbirraglia. Armati solo della loro rabbia si lanciarono in una guerriglia disperata. Fra gli stessi militanti dei racket politici i cui capi invitavano alla calma, alla moderazione e alla non-violenza, ci furono molte insubordinazioni. L’ideologia della disobbedienza conobbe i suoi primi disobbedienti. Di fronte alla ferocia della repressione, non c’era ordine di partito che potesse tenere. Gli scontri con le forze dell’ordine si moltiplicarono, dappertutto giungevano manifestanti non solo nerovestiti pronti a scagliarsi contro la sbirraglia, e fu durante uno di questi scontri che venne abbattuto Carlo Giuliani. Non era un «black bloc». Non era un anarchico. Non era un provocatore. Non era un infiltrato. Era solo un giovane che aveva reagito alla violenza dello Stato. Non uno dei pochi, ma uno dei tanti. Ed è bene chiarire questo aspetto. Nei giorni successivi, tutti i politici in carriera che infestano il movimento presero inizialmente le distanze da quanto accaduto, accusando i rivoltosi di essere un pugno di "provocatori" e "infiltrati" che con le loro azioni avevano sabotato intenzionalmente un grande appuntamento pacifico, facendo perdere un’occasione storica per essere ascoltati. Tutta la canea socialdemocratica — la stessa che fino ad allora aveva sollevato tanta polvere e rumore e che per questo credeva d’essere il carro della storia — riversò loro addosso un mare di calunnie, rinverdendo la vecchia tradizione stalinista della "caccia agli untorelli". Fu questo un modo di sfogare il proprio rancore contro chi aveva deciso di sfuggire al loro controllo, rivelando a tutti la falsità della loro pretesa autorevolezza. E fu un modo di chiudere gli occhi di fronte alla fine del loro progetto politico, la cui vanagloriosa inconsistenza è apparsa alla fine di quelle giornate in tutta la sua miseria, cercando pateticamente di rilanciarlo.
In realtà i rivoltosi che a Genova si batterono contro le forze del vecchio mondo furono davvero numerosi. Anarchici, ma non solo. Nerovestiti, ma non solo. Stranieri, ma non solo. Il sapore della libertà non conosce limiti, etichette, uniformi o confini. E chi tanto si è indignato che centinaia di compagni si fossero recati a Genova con l’intenzione di scatenare una sommossa, dandosi un minimo di preparazione in tal senso e cercando di evitare la trappola dello scontro diretto con la polizia, dovrebbe riflettere maggiormente su chi ha eccitato gli animi per mesi promettendo assalti e invasioni senza avere l’intenzione di realizzarli, senza curarsi minimamente delle possibili conseguenze, su chi ha alzato al cielo le bianche mani della non-violenza, in segno di resa e non di dignità, contribuendo a mandare allo sbaraglio migliaia di manifestanti inermi.
Non sia alcuno che muova una alterazione in una città, per credere poi, o fermarla a sua posta, o regolarla a suo modo.
Niccolò Machiavelli
Pur essendo, com’è noto, allievi di Toni Negri, non si può dire che Casarini e gli altri capibastone della mafia disobbediente abbiano seguito il saggio consiglio di Machiavelli. Dopo i «successi» mediatici ottenuti nei mesi precedenti con gli scontri concordati con la polizia, dopo una puntuale presenza in tutte le manifestazioni internazionali, indispensabile per farsi legittimare come punto di riferimento, dopo un iniziale ipocrita sostegno strategico al «black bloc» (quando si va all’estero, si sa, ogni licenza è permessa), le Tute Bianche pensavano di raccogliere a Genova il frutto di tanto lavoro. Forti del fatto di giocare in casa, con trattative già andate in porto col questore Colucci, pensavano che anche questa volta sarebbe bastato offrire una valvola di sfogo virtuale alla rabbia dei contestatori per evitare ogni forma di violenza incontrollata. In più la loro prevista «invasione» della zona rossa, che doveva avvenire naturalmente sotto i riflettori dei giornalisti di tutto il mondo, doveva servire a consacrarle alla testa del movimento. Avidi teleconsumatori, anche i Disobbedienti pensano che l’immagine conti più della cosa, che solo ciò che compare sullo schermo esista davvero, che i media siano il luogo dove si manifesta la realtà. Come potrebbe essere altrimenti? La loro fama è interamente legata al numero di passaggi televisivi che riescono a strappare, alle interviste che riescono a rilasciare, alle prime pagine che riescono ad ottenere. E per montare un buon numero di spettacolo, capace di far alzare gli indici di ascolto, tutto è lecito, tutto è manipolabile: dal passamontagna di Marcos all’acqua benedetta di Don Vitaliano. Questi buffoni di corte si sono presentati a Genova carichi di plexiglas e di speranze nelle luci della ribalta. Ma dopo poco più di un’ora dalla partenza del corteo, i loro buoni propositi si sono infranti. Se nell’incrociare la prima carcassa d’auto bruciata, i leader delle tutine esortavano ancora i giornalisti al loro seguito a non confonderli con i "violenti", se i fumi che si alzavano in lontananza erano ancora abbastanza distanti da poter essere ignorati, la carica dei carabinieri in via Tolemaide mise fine alla simulazione. Perché, questa volta, gli sbirri caricavano sul serio! Sordi agli appelli dei loro capetti che li invitavano a desistere, a non reagire, molti Disobbedienti iniziarono a battersi contro gli uomini in divisa, con l’aiuto di altri manifestanti accorsi per fronteggiare chi li stava attaccando. È proprio riconoscendo nel momento dell’attacco il nemico comune che i rivoltosi si riconoscono immediatamente fra di loro, rompendo l’isolamento della "folla solitaria", poiché la rottura con la noia e l’angoscia della sopravvivenza ha il merito di svelare gli individui a se stessi e agli altri. Poco importa quali motivi contingenti abbiano prodotto una simile situazione. Resta il fatto che quel venerdì 20 luglio per alcune ore non ci furono più violenti o non-violenti, uomini o donne, socialdemocratici o anarchici, militanti o gente comune, geometri o disoccupati, ma solo individui in rivolta contro i cani da guardia dell’esistente e la vita che viene imposta.
Il giorno successivo, sabato 21 luglio, i calcoli politici e la paura presero il sopravvento sulla rabbia. I vari racket politici militanti si organizzarono per allontanare ed esorcizzare il loro vero nemico: tutti gli incontrollabili che avevano fatto fallire miseramente i loro piani. A sera, come è noto, scatterà da parte di una polizia scatenata nella sua assoluta certezza di impunità l’attacco alla scuola Diaz, sede momentanea del Social Forum, dove tutti i presenti verranno massacrati dagli agenti inferociti. Un’azione apparentemente incomprensibile, perché fra gli altri ha colpito anche alcuni dei migliori alleati della polizia che per tutto il giorno si erano distinti nella loro opera di delazione. In realtà, anche questo episodio si inserisce perfettamente nella logica militare che aveva governato l’operato delle forze dell’ordine. La guerra spietata ai manifestanti — oltre ai continui rastrellamenti per le vie della città, ai pestaggi indiscriminati, alle torture ed umiliazioni inflitte per lunghissime ore agli arrestati — non poteva fare a meno della vendetta contro chi si era dimostrato incapace di poter controllare la piazza come promesso. La prova di forza del governo italiano doveva essere data fino in fondo.
Finita la rivolta, è iniziato il suo commentario da parte di giornalisti, specialisti, periti. E più aumentavano le testimonianze e le interpretazioni di quanto avvenuto, più diminuiva la sua cristallina chiarezza. La rivolta di Genova, nella sua viva totalità, è stata sezionata e smembrata in tante piccole particelle. La burocrazia del dettaglio ha spazzato via l’immediatezza del significato.
Un esempio per tutti, l’inchiesta sulla morte di Carlo Giuliani. Chi ha sparato? Con quale arma? Da quale distanza? Quanti colpi? Il defender era davvero isolato rispetto agli altri carabinieri? Ma ne siamo sicuri? Rivediamo le immagini, rimisuriamo le distanze, rileggiamo i rapporti... una, due, tre, infinite volte, tante quanto basta per assordare le orecchie, chiudere gli occhi, sfinire il cervello, annegare il fatto originario nell’alta marea del più insulso opinionismo. Fare in modo che non si rifletta più sulla morte di un giovane abbattuto durante una manifestazione di protesta, ma che ci si concentri sulla effettiva provenienza dell’estintore che aveva in mano. Questo stesso procedimento di banalizzazione è stato utilizzato anche per il resto, dalle torture inflitte a Bolzaneto all’irruzione notturna alla Diaz; tutto è stato sbriciolato e ridotto in polvere affinché nulla si potesse più vedere. Naturalmente questa poderosa opera di mistificazione è stata condotta nel nome della verità. La stessa verità che molti aspettano e pretendono si faccia largo nelle aule dei tribunali. Sono piovute denunce contro i massacratori e torturatori in divisa. Gli avvocati si sono mobilitati. Sono stati raccolti centinaia di video che dovrebbero infine mostrare cosa sia veramente accaduto. Sì, perché la rivolta di Genova è stato l’avvenimento più fotografato della storia. Sbirri da una parte, mediattivisti dall’altra, giornalisti in mezzo, tutti si sono lanciati in una folle gara per immortalare le azioni altrui. La rappresentazione, prima di tutto. Per i posteri. Perché si sappia. Perché qualcuno paghi. Perché la giustizia trionfi.
Eppure, tutti sanno cosa è veramente accaduto. È inciso in maniera indelebile nella memoria e nella carne di migliaia di manifestanti presenti. E proprio Genova ha dimostrato l’assoluta inutilità pratica, sovente la pericolosità, di macchine fotografiche e videocamere. A parte la polizia, che ne ha tratto profitto identificando e denunciando molti rivoltosi, compito che le è stato facilitato dall’onnipresenza di portatori di teleobiettivi, e a parte i giornalisti, che hanno incassato lo stipendio per il lavoro svolto, a cosa sono servite tutte quelle riprese? A che pro mostrare a tutto il mondo che il vicecapo della Digos di Genova, Alessandro Perugini, ha sferrato un calcio in pieno volto ad un ragazzo steso a terra immobilizzato dai suoi colleghi? Forse che costui, colto sul fatto, è stato poi messo in condizione di non ripetere più la sua impresa? Un tribunale lo ha condannato, è stato espulso dalla polizia e sostituito con un poliziotto beneducato e rispettoso della Costituzione? Niente affatto, anzi, con umorismo piuttosto macabro lo Stato ha nominato il signor Perugini rappresentante per l’Italia di una campagna internazionale contro la tortura nel mondo.
La convinzione che basti mostrare i soprusi del potere per metterlo in ginocchio è un’illusione ideologica, meritevole di sparire come tutte le ideologie. Erede diretto della vecchia controinformazione, il moderno mediattivismo coltiva una cieca fiducia più nelle virtù taumaturgiche dell’immagine che in quelle della parola. Ma entrambi si basano sul presupposto che, una volta rivelata la verità dei fatti, le menzogne della propaganda saranno infine messe a tacere. Chissà come sono rimasti male, quei poveri idealisti che credono nella luce che sconfigge le tenebre, alla notizia che osservando i filmati il perito della magistratura ha stabilito nientemeno che sarebbe stato un sasso lanciato da un manifestante a deviare il proiettile che ha ucciso Carlo Giuliani. Lo dimostrerebbe uno sbuffo biancastro comparso repentinamente sopra la sua testa, un attimo prima della sua morte. È proprio vero che, in una immagine, ognuno può far vedere ciò che vuole. E in una competizione di immagini e chiacchiere, fra i media alternativi e quelli istituzionali, è inutile nascondere che a vincere saranno sempre i secondi.
Così come non c’è da attendersi nessuna verità da una immagine, allo stesso modo non possiamo aspettarci nessuna giustizia da un verdetto. Anche perché i tribunali sono istituzioni di quello stesso Stato che ha ordinato il massacro avvenuto a Genova. Perché mai i magistrati dovrebbero condannare uomini che sono abitualmente al loro servizio? Sbarazziamoci del pio luogo comune propiziatore di garanzie che pretende esista una differenza fra Stato di diritto e Stato di fatto, come fossero due entità che è necessario far coincidere per avere la giustizia. Lo Stato inventa il suo diritto e lo applica e modifica come meglio crede, ben sapendo che si tratta solo di carta straccia buona per gli allocchi. I torturatori che a Bolzaneto hanno strappato le carte di identità degli arrestati gridando "qui non avete diritti, siete nessuno", hanno solo espresso senza maschere la natura dello Stato, quello di cui sono i servi obbedienti e leali. Qualsiasi perizia, controinchiesta o verdetto, non potranno mai riconoscere questa banalità: che lo Stato a Genova ha mostrato il suo vero volto. Che non ne siamo affatto i cittadini, bensì i prigionieri. Che la nostra incolumità dipende dal nostro servilismo. Che chi si oppone ai voleri dello Stato è un nemico da eliminare. Non a caso, anche sull’onda della legislazione europea «antiterrorismo» proposta dopo gli attentati alle Torri gemelle, il contestatore che insorge in piazza è stato oramai assimilato al rivoluzionario che uccide un nemico, che a sua volta è stato assimilato al kamikaze che dirotta un aereo per farlo schiantare in mezzo a una città. Nel loro delirio di onnipotenza e nella loro isteria securitaria, gli Stati pongono a tutti un’alternativa secca: o si è fedeli sudditi, a cui al massimo è concesso di esprimere, a bassa voce e col dovuto rispetto, il proprio disaccordo; o si è terroristi destinati al macero e alla galera. O strisciare o crepare. Che si occupino spazi vuoti o si blocchino strade e treni, che si infrangano vetrine o si abbattano funzionari statali, poco importa: tutti questi atti saranno considerati terroristici, con tutto ciò che questo comporta. Definendo in tal modo chiunque non si assoggetti volontariamente, lo Stato intende celare la propria natura terroristica.
Ma i magistrati di Genova sono riusciti ad andare oltre: hanno introdotto il delitto di «compartecipazione psichica», secondo il quale non occorre più prendere parte ad una rivolta per finire nel mirino della repressione, basta essere presente ai fatti. Chi non vuole passare qualche guaio non deve solo astenersi dal lanciare pietre o spaccare vetrine, ma deve farsi poliziotto e controllare attivamente gli altri. Altrimenti può venir incriminato come complice. Ossequioso suddito e potenziale sbirro: ecco come deve essere, nelle fantasie di chi ci governa, il cittadino ideale del nuovo millennio.
Tutto ciò rischia di lanciare una luce inquietante sulle lotte che si apriranno nei prossimi anni, tuttavia potrebbe contribuire a liquidare un vecchio falso problema che attanaglia molte coscienze: quello sulla violenza /non-violenza. Ora è lo stesso Stato a dichiarare che a scatenare la repressione non è l’uso della violenza, come pretendono da sempre i placidi credenti in un miracolo emancipatore, ma sono sufficienti le motivazioni che animano i suoi oppositori. Ciò che è intollerabile è che si possa aspirare ad una vita radicalmente diversa, che lo si affermi e che ci si batta per questo. Stando così le cose, chi si può dire al di sopra d’ogni sospetto? Non ha alcun senso sbandierare il ricorso alla violenza come linea di demarcazione fra «compagni» e «provocatori»; se in passato ciò era stato fatto notare più volte da questo lato della barricata, oggi è lo stesso Stato a mettere le cose in chiaro. Ecco che allora l’uso della violenza torna ad essere ciò che è sempre stato: una scelta individuale, dettata dalle prospettive, dalle circostanze, dalle attitudini di chi la mette in pratica. Anche perché, se le ragioni della distruzione di questa società sono sotto gli occhi di tutti — e sotto gli occhi di tutti si trova quindi anche la necessità dell’uso della forza — quelle della sua conservazione, o anche della convivenza con essa, sono decisamente meno chiare. Chi può scagliare l’anatema contro coloro che a Genova hanno fatto strage di vetrine? Non certo chi ha fatto strage di ossa, di teste e di denti. Né chi si indigna per le aiuole calpestate e poi considera normali i morti sul lavoro. Ma nemmeno chi vuole invadere la «zona rossa» del privilegio partendo dalla «zona grigia» del collaborazionismo. Se chi attacca una banca è un provocatore infiltrato, come si può definire chi consiglia un ministro, discute con un parlamentare, contratta con un questore?
Solo l’11 settembre, con tutte le sue conseguenze, è riuscito a far trapassare il ricordo degli avvenimenti del luglio 2001 a Genova. Un sistema politico e sociale che aveva appena subìto dall’interno la più grande e violenta contestazione degli ultimi decenni non poteva che approfittare dell’attacco militare lanciatogli dall’esterno da alcuni suoi rancorosi collaboratori licenziati. Attraverso la martellante campagna mediatica "ground zero", orgoglioso simbolo di una civiltà vittima, ha preso rapidamente il posto di piazza Alimonda, imbarazzante simbolo di una civiltà carnefice, riuscendo a portare un po’ di tranquillità nell’oceano in tempesta delle ipocrite coscienze occidentali — il salutare attentato di Nassiriya è servito purtroppo da pretesto per completare l’opera, trasformando in martiri da onorare gli assassini e torturatori in divisa che tanto sangue avevano versato nella città ligure.
Eppure, quanto accaduto in quei giorni di luglio di tre anni fa è ancora lì, minaccioso nella sua incompiutezza. Talmente minaccioso che nel frattempo il suo significato non è stato solo eroso dalla ragione di Stato che ha imposto una guerra infinita, ma anche dalla calunnia, dalla mistificazione, dalla rimozione messe in atto da tutti coloro — in uniforme o in tuta — che dovevano garantire l’ordine e la sicurezza nelle strade genovesi, con i risultati che ben conosciamo.
Quegli avvenimenti sono stati definiti la fine delle illusioni. Più che di una fine, si è trattato di una pausa. Purtroppo. L’occasione di rompere la lanterna magica, che per un attimo è rimasta abbandonata a terra, è andata sprecata. Lo Stato può sempre contare su schiere di servitori pronti ad ammazzare e di elettori pronti a farsi ammazzare; ed oggi si appresta a presentare un conto salato per quegli attimi di libertà. Il circo della contestazione, che a Genova aveva perduto i suoi spettatori, ha continuato la sua tournée mondiale permettendo ai propri pagliacci di esibirsi ancora; ed oggi si prepara a perpetuare l’odiosa distinzione fra i buoni da salvare e i cattivi da condannare. Quanto ai rivoltosi, molti di loro sembrano ammutoliti in attesa di un altro giorno festivo strappato alla quotidianità del lavoro per manifestarsi.
La nostra strada, l’unica in grado di portarci in paesaggi fantastici e ad incontri segreti dove tutto può ancora accadere, non passa né dalle aule di tribunale né dagli studi mediatici. Il culto della giustizia e quello della verità non avranno le nostre attenzioni. Se ieri un appuntamento politico prettamente spettacolare è riuscito sotto l’incalzare degli avvenimenti a trasformarsi in una sommossa generalizzata, ciò non significa tenere d’occhio l’agenda del potere nella speranza di una replica. Più che ai periodici rituali della militanza, forse sarebbe il caso di guardare ai conflitti sociali che da più parti aprono brecce nel muro di cemento armato del consenso. Perché non si può aspettare che il calendario ci dica che è carnevale, il solo giorno in cui ogni scherzo vale, per accendere un fuoco allo scopo di sciogliere il ghiaccio sociale in cui siamo ibernati.