Mercoledì, Novembre 14, 2007

i traghettatori del consenso

Quello che si annunciava come il grande spettacolo di Genova doveva contare su di un’attrice di primo piano: la contestazione simulata. Con un anticipo di mesi rispetto alle giornate di luglio, il Genoa Social Forum (d’ora in poi GSF) aveva cominciato una lunga negoziazione con l’amministrazione comunale, il governo e i vertici delle forze dell’ordine sui finanziamenti e i luoghi del "contro-vertice", nonché sulle modalità della protesta. Dalle lettere a Ciampi agli incontri con il capo della polizia De Gennaro, dai comunicati stampa alle ripetute richieste di essere ricevuti da Berlusconi, i suoi portavoce pretendevano di essere trattati come un legittimo soggetto politico. Da aprile in poi, con una scadenza settimanale, i vari raggruppamenti del GSF (le future "aree tematiche") inscenavano, in centri sociali, palestre e parrocchie, ripetute rappresentazioni di scontri davanti ai giornalisti. Alle diverse "anime del movimento" corrispondeva uno stuolo di consulenti e specialisti che fornivano le attrezzature adeguate e stilavano gli opportuni decaloghi comportamentali. Ovviamente chi rifiutava la logica della gerarchia e delle trattative non aveva alcuna voce in capitolo rispetto alle decisioni prese dai cosiddetti rappresentanti del movimento (i quali, a conti già fatti, proporranno un ridicolo referendum telematico a cui risponderanno solo poliziotti e giornalisti). All’interno del GSF, una sorta di cartello che riuniva una vasta area di democratici, dai cattolici di base di Lilliput a Rifondazione comunista, da settori dei Verdi alle Tute bianche, compresa la Sinistra giovanile, cioè i giovani degli stessi Ds che avevano voluto il G8 a Genova, si stringeva un patto con cui i partecipanti si impegnavano, nella contestazione, a «rispettare la città e le persone, anche in divisa» (vedi il comunicato stampa del 5 giugno, riportato in Appendice). Coordinato con il GSF, ma su basi indipendenti, era anche il Network per i diritti globali, composto dai Cobas e da alcuni centri sociali. In queste note ci soffermeremo soprattutto sulle Tute bianche. Ci sembra più utile smascherare i pacificatori abili nel travestirsi da ribelli. I preti della politica convenzionale si smascherano da soli.

Per creare l’"evento mediatico" non bastava la blindatura della città e la creazione di una vera e propria zona di guerra. Ci volevano le dichiarazioni roboanti dei contestatori. Questo era il ruolo delle Tute bianche, giocato con una precisa strategia pubblicitaria. Così, nelle settimane precedenti il vertice è un susseguirsi di retorica guerrigliera, costruita per lo più con vari slogan ispirati al subcomandante Marcos. Il 26 maggio, a Palazzo Ducale (sede del futuro G8), alcune Tute bianche in costume zapatista, con tanto di passamontagna, allestiscono uno spettacolo davanti alle telecamere. Il loro portavoce Luca Casarini legge una sorta di dichiarazione di guerra copiata dai comunicati dell’EZLN: «Vi annunciamo formalmente che siamo scesi sul piede di guerra. […] Se dobbiamo scegliere fra lo scontro con le vostre truppe e la rassegnazione non abbiamo dubbi: ci scontreremo» (il manifesto, 27 maggio 2001). Nello stesso periodo, all’idroscalo di Milano, simulano con dei gommoni l’"accerchiamento" via mare dei "potenti della terra". Anche in questo caso, i futuri Disobbedienti non risparmiano di leggere l’immancabile dichiarazione ai giornali. Di proclama in proclama, si arriva alle giornate genovesi. Senza perdere prima l'occasione di definire – assieme all'intero Gsf – «bomba contro il movimento» un pacco postale esploso fra le mani di un carabiniere della caserma di San Fruttuoso (successivamente rivendicato da un gruppo anarchico). Spingendosi fino alla delazione indiretta, il portavoce del Leoncavallo Daniele Farina dichiara: «È il Torino style, sapevamo che qualcuno avrebbe provveduto a inaspeire il clima con fatti cruenti» (il manifesto, 17 luglio 2001).

Contemporaneamente a queste frasi ad effetto, in ripetuti incontri con la polizia Casarini e soci definivano nei dettagli le modalità di un conflitto simulato, secondo un copione più volte sperimentato. Al riguardo, rimane esemplare l’articolo di Luigi Manconi – parlamentare dei Verdi ed ex di Lotta Continua – su La Repubblica del 14 luglio 2001 (che riportiamo integralmente in Appendice). Attraverso accordi preventivi con la polizia e tramite un «gruppo di contatto» («composto da avvocati, parlamentari, portavoce delle associazioni e centri sociali»), il quale doveva dichiarare «apertamente le proprie intenzioni e obiettivi», gli "scontri" avrebbero dovuto risultare una perfetta messa in scena mediatica, autopromozionale per le Tute bianche e conveniente per le forze dell’ordine. Ora, perché uno spettacolo funzioni bisogna assicurarsi che nessun guastafeste ne rovini l’allestimento. Dichiarerà, a questo proposito, l’allora questore di Genova di fronte alla commissione parlamentare, il 28 agosto 2001: «Dirò di più: un funzionario del dipartimento aveva contatti diretti con Casarini. Ciò ha consentito, la sera tra il 20 e il 21 luglio, la collocazione di quei container, perché da lui abbiamo saputo che, pur facendo parte del Genoa social forum, le tute bianche non andavano d’accordo con il network e con i Cobas: egli aveva dunque paura che altri, con frange estremiste, potessero disturbare il suo corteo, che doveva passare per via Tolemaide. A questo punto abbiamo creato quel muro di container che la Repubblica ha descritto bene nel suo articolo. Lo scontro doveva avvenire in piazza Verdi con la famosa "sceneggiata", che dava visibilità al movimento delle tute bianche». Le parole del torturatore e assassino Colucci, a Genova massimo responsabile della piazza, non sono mai state smentite. Solo le date sono sbagliate: si tratta della sera tra il 19 e il 20 luglio. «Casarini ha confermato i contatti. E ha confermato anche un dettaglio ulteriore: già la sera del 19 luglio c’era la consapevolezza che alcuni elementi del cosiddetto network (che comprendeva anche i Cobas) volevano compiere gesti di violenza. Fu proprio in previsione di questa emergenza, come confermano anche fonti del Viminale, che il quartiere della Foce dalla sera alla mattina fu disseminato di container. […]. Proprio dall’area dei disobbedienti sarebbe partita, in una fitta serie di contatti e telefonate con alcuni referenti della Digos locali, l’emergenza per le violenze che una parte dei contestatori stava preparando» ("Digos e disobbedienti uniti contro i black bloc", Il Secolo XIX, 30 gennaio 2003).

Nonostante tutto questo, gli accordi saltano, lo spettacolo finisce. Fin dalla mattina del 20 luglio diverse centinaia di anonimi ribelli cominciano ad attaccare le strutture del capitalismo – banche, sedi di multinazionali, caserme e carceri – infischiandosene della "zona rossa" ed evitando lo scontro frontale con la polizia. Il corteo dei Disobbedienti (questo è ora il loro nome: all’ultimo momento Casarini e soci smettono la tuta bianca per confondersi "con la moltitudine del movimento") parte dallo stadio Carlini alle 13. 15. Il corteo scende molto lentamente con numerose pause. Alle prime immagini di incendi in lontananza, un portavoce arringa i giornalisti diffidandoli dall’attribuire quelle azioni ai Disobbedienti. Il corteo prosegue con cautela disponendosi a testuggine per affrontare gli scontri simulati. Ma in via Tolemaide i carabinieri caricano violentemente. Saltano tutti i propositi di assalto virtuale. Dopo questa carica molti manifestanti abbandonano ogni intento pacifico e si scontrano con decisione. Nonostante i ripetuti inviti dei capi a non lanciare nulla contro i carabinieri, la base, raggiunta da centinaia di rivoltosi, ingaggia una battaglia che durerà fino alle 17. 30. È nel corso di questi scontri che il boia Placanica assassinerà Carlo Giuliani. Mentre numerosi gruppi continuano a battersi con le forze dell'ordine, il corteo ritorna al Carlini, sottoposto alle cariche, ai rastrellamenti e ai pestaggi di chi non riesce a rimanere nelle fila. Una volta giunto allo stadio, la sbirraglia si ritira. Sono le 18. 30. Fino a sera, comunque, l’insubordinazione alle gerarchie sarà totale anche nel campo dei Disobbedienti. Quanto a Carlo, ecco cosa dirà a caldo un portavoce delle Tute bianche genovesi, prima che gli avvoltoi della politica cominciassero a planare sul suo cadavere: «Lo conoscevamo poco, qualche volta lo incontravamo al bar Asinelli. Era un punkabbestia, uno di quelli che non hanno lavoro ma portano tanti orecchini, uno che vuole entrare senza pagare, uno che la gente perbene chiama parassita. Gli faceva schifo il mondo e non aveva nulla a che fare con noi dei centri sociali, diceva che eravamo troppo disciplinati» (Matteo Jade, diretta radiofonica, 20 luglio 2001).

Perché i carabinieri hanno caricato cinquecento metri prima del previsto, con una violenza e in una zona (priva di vie di fuga) che non permettevano altro se non una strenua resistenza da parte dei manifestanti? Perché la repressione era premeditata, perché l’Apparato di sicurezza andava sperimentato (secondo una costante dell’espansione tecnologica e militare: tutto ciò che si può fare, dev’essere fatto). Odiose e patetiche insieme, allora, sono le lamentele sulle forze dell’ordine che non hanno rispettato gli accordi, degne solo di chi collabora col nemico ed è disposto – come abbiamo visto – a vendere altri compagni alla repressione pur di assicurarsi un miserabile teatro di finta radicalità. Tutta colpa dei carabinieri… («sapevano cosa volevamo fare e avrebbero potuto permetterci di violare la zona rossa. La verità però è che sono stati i carabinieri a far saltare tutto», Luca Casarini, Il Nuovo, 27 agosto 2001). Per quanto riguarda le pratiche di attacco a banche e caserme, sulle prime si strilla contro gli anarchici, poi si ripesca la figura immancabile del provocatore pagato per discreditare il movimento. Ecco allora, per riprendersi da un clamoroso smacco, la calunnia – tipicamente stalinista – dei «black bloc infiltrati e manovrati dai servizi segreti». Gli stessi black bloc che le Tute bianche facevano finta di apprezzare quando questi agivano all’estero, magari a un oceano di distanza. Ecco cosa diceva una Tuta bianca bolognese (lista movimento@ecn.org) prima di Genova: «Peccato che il Black Bloc, per sua stessa scelta ideologica, non abbia capi, né leader carismatici, né portavoce, e agisca esclusivamente per piccoli gruppi di affinità autorganizzati. Lorsignori sono anarchici duri e puri e provano schifo davanti a qualsivoglia figura anche solo lontanamente gerarchica». Che teneri, questi anarchici. Subito dopo, invece, diventeranno «zanzare agili e veloci, prive di consenso, che rappresentano una disgrazia per tutti» (Marco Beltrami, portavoce del "Laboratorio del Nord-Ovest"). E ancora, con maggior fiuto politico: «[…] nel momento in cui le pratiche del BB sono state usate contro di noi, dobbiamo dire con forza che queste persone sono politicamente morte. E se avessero un minimo di intelligenza dovrebbero essere i primi a fare l’esame di coscienza e suicidare un’esperienza che si è, di fatto, conclusa a Genova» (Roberto Bui, aspirante leader delle Tute bianche, movimento@ecn.org, 23 luglio 2001). Certo, molto meglio fare dichiarazione incendiare di assalto alla "zona rossa" e poi definire quelli che all’assalto vanno veramente «zanzare», «politicamente morti» e «provocatori». Alla calunnia più becera (diffusa soprattutto da Rifondazione comunista e dai Verdi, dal Manifesto e da gruppi come Attac) sui black bloc creati e composti da agenti infiltrati (o da neonazisti) se ne aggiunge un’altra, più sottile e scaltra: «[…] ad agire nella giornata di venerdì erano sei o sette infiltrati dell’Arma, che incanalavano e coordinavano la (giusta, giustissima, ma forse un po’ troppo cieca) incazzatura di qualche centinaio di anarchici che si sono aggregati senza capire in che modo venivano strumentalizzati. Credo che la stessa cosa sia successa sabato» (Anton Pannekoek, alias Roberto Bui). Gli anarchici, insomma, non sono dei provocatori, sono solo degli utili idioti che fanno involontariamente il gioco del potere. Poniamoci, sul problema degli infiltrati e delle presunte complicità poliziesche, queste semplici domande: che bisogno avevano i servi in borghese di attaccare le strutture dello Stato e del capitale quando c’erano centinaia di compagni arrivati a Genova apposta…? È più facile, per gli sbirri, pestare manifestanti inermi oppure piccoli gruppi rapidi nel colpire, nell’erigere barricate e disposti a difendersi? È più agevole, per gli agenti, introdursi in piccoli gruppi di affinità o negli spezzoni di un grande corteo? In realtà, sbirri in borghese nelle manifestazioni ce ne sono sempre, e a Genova molti sono stati smascherati e cacciati dai compagni (come accadrà anche al corteo del 4 ottobre 2003, a Roma, contro la Convenzione europea). Il loro ruolo è in genere quello di identificare i più facinorosi o quello – che nessuno può svolgere al posto loro – di picchiare altri manifestanti pacifici per creare paura e confusione. Per quanto riguarda le famose "prove" sui "black bloc manovrati dalla polizia", invece, dopo anni di calunnie le immagini sono sempre le stesse: qualche sbirro con il fazzoletto sul viso che si aggira nei pressi di un corteo, alcuni carabinieri in borghese che escono con dei bastoni in mano da una caserma presa d’assalto… E questo spiegherebbe una sommossa che ha coinvolto migliaia di persone, alcune organizzate, ma tante altre unitesi spontaneamente… Se c’è un’ideologia che si è suicidata a Genova, è quella riassunta in queste parole: «[…] è parere di molti che la disobbedienza civile protetta abbia contribuito a traghettare ampi settori di movimento da forme di protesta nichiliste e distruttive a una pratica non meno radicale ma eminentemente politica. Peraltro, preannunciare tutto ciò che verrà fatto apre già di per sé lo spazio alla mediazione politica "sul campo", se ve ne è la volontà da parte dei responsabili dell’ordine pubblico» (Luca Casarini, Audizione di fronte alla commissione parlamentare, 6 settembre 2001). Sul selciato genovese, tra i carrugi e il lungomare, la «disobbedienza civile protetta» non ha traghettato un bel nulla. Ha portato in bocca alla polizia migliaia di manifestanti disarmati (mentalmente e fisicamente), mentre tanti altri passeggeri, ammutinatisi, sono insorti per difendere se stessi e i propri compagni. Invece, di fronte ai rastrellamenti, ai pestaggi, alle torture, si sono sprecate le lamentazioni ("I patti! I Patti!") di chi, oltre che sciacallo, si rivela tanto imbecille da fidarsi delle forze dell’ordine. Insomma, mentre attorno alla zona rossa si allestiva la scena dello scontro fittizio, altrove scoppiava, lontana dai riflettori, la rivolta reale. Mentre chi confidava nella polizia alzava e invitava ad alzare le mani, migliaia di manifestanti si rifiutavano di andare al massacro, rispondendo colpo su colpo alla violenza dei servi in divisa. L’insubordinazione, questa variante non prevista, cominciava ad aggiustare la mira.… «I funzionari di polizia mi dicono che è tutto finito (lo vediamo da soli), e che sarebbe utile andare in via Sturla dove a loro risulta in corso un attacco a una caserma dei carabinieri. Allora con la macchina andiamo in via Caprera, dove incrociamo altre migliaia di persone che intasano la strada. Chiediamo dove possiamo passare, ma, mentre passiamo secondo le indicazioni delle forze dell’ordine, veniamo assaliti da un gruppo di persone che, al grido di "infame" rivolto al sottoscritto, lanciano tutto ciò che hanno a disposizione contro la macchina» (Vittorio Agnoletto, Audizione di fronte alla commissione parlamentare, 6 settembre 2001).

Ma torniamo alle Tute bianche, la cui storia non comincia certo a Genova. Per capire il loro ruolo in quelle giornate è utile fare qualche passo indietro. Le Tute bianche nascono all’interno dell’Associazione Ya Basta, creata nel 1996 dall’alleanza di alcuni centri sociali firmatari della cosiddetta Carta di Milano: il Pedro di Padova ed il Rivolta di Mestre, il Leoncavallo di Milano, il Corto Circuito e il Forte Prenestino di Roma, lo Zapata e il Terra di Nessuno della Liguria e altri ancora. Si tratta dei centri sociali che hanno accettato, sin dal 1994, la legalizzazione (su proposta del verde Falqui) degli spazi occupati e i finanziamenti statali. Questa prospettiva, abbracciata da tutta un’area dell’ex-Autonomia Operaia, ha portato su posizioni sempre più istituzionali, con tanto di partecipazione alle elezioni e di collaborazione con vari ministeri (un esempio fra i tanti, Casarini è stato consulente retribuito di Livia Turco, ministro degli affari sociali del governo Amato nonché autrice, assieme a Napolitano, della legge che ha introdotto in Italia i lager per immigrati clandestini). È questa la strada che porterà agli accordi con la polizia a Genova (e anche in seguito, visto che, in occasione del vertice di Riva del Garda del settembre 2003, Disobbedienti e Social forum si siederanno di nuovo al tavolo con… Colucci, il massacratore di Genova divenuto nel frattempo questore di Trento). Uno degli aspetti più ripugnati di questa pratica di collaborazione con le istituzioni è che essa viene giustificata in nome della "nonviolenza", quando sono fin troppo noti i metodi con i quali questi leninisti storici affrontano chiunque non condivida le loro scelte (cioè chiunque disturbi i loro spettacoli). Significativo, a questo proposito, un loro volantino-decalogo dal titolo Disobbedienza civile. Istruzioni per l’uso, distribuito in varie occasioni prima del G8 (e riprodotto in Appendice). Ma la questione fondamentale, in realtà, è un’altra. Si può davvero essere "nonviolenti" e collaborare con lo Stato, massima espressione della violenza? È per rispetto della "nonviolenza" che si aggrediscono e calunniano coloro che praticano l’azione diretta contro le strutture di morte del capitalismo? A chi si vuole dare il proprio messaggio "nonviolento" quando si partecipa, come ha fatto Casarini, ai funerali di un servo dei padroni come D’Antona? Qui l’etica non c’entra, si tratta unicamente di opportunismo politico. Decalogo per decalogo, leggete cosa diceva Gandhi a proposito della nonviolenza contro l’oppressione: «1. Rinuncia ad ogni titolo onorario. 2. Non accettazione di finanziamenti del Governo. 3. Sospensione dell’attività da parte di avvocati e giudici. 4. Boicottaggio delle scuole del Governo da parte dei genitori. 5. Non partecipazione ai partiti di governo, e ad altre funzioni politiche ». L’esatto contrario di quello che fanno i Disobbedienti e tutti gli altri movimenti legati ai partiti e alle burocrazie sindacali: chiedere i soldi allo Stato per… disobbedire all’Impero. Insomma, come ha scritto qualcuno, serve a poco sfidare le zone rosse del potere se non si disertano le zone grigie della collaborazione. Tutto questo dimostra che «la differenza importante non è tra violenza e nonviolenza, ma tra avere o no appetito di potere» (G. Orwell). E quando si mira al potere, ogni metodo è lecito. Tanto più che non mancano mai, come sappiamo, i brillanti linguisti capaci di trasformare i compromessi in altrettante prove di "intelligenza tattica".

Nate nel 1998, a Genova le Tute bianche sono diventate Disobbedienti. Che cos’è la disobbedienza per costoro? Non certo la scelta coraggiosa di Henry David Thoreau, padre di quella disobbedienza civile a cui lo stesso Gandhi si è ispirato. Thoreau non era affatto un "nonviolento" – come dimostra la sua apologia per Padre Brown, di cui difese la scelta di usare le armi contro gli schiavisti – ed odiava il conformismo prodotto dalla civiltà. Del solitario di Walden i Disobbedienti riprendono unicamente un aspetto: l’accettazione dell’autorità. Ma diamo la parola a un Disobbediente stesso: «Per prima cosa la disobbedienza presuppone un piano dialettico. Viene riconosciuto un ente che produce norme e viene prevista un’interazione dialettica con questo ente. Si disobbedisce affinché il soggetto che ha emanato norme di un certo tipo riveda le sue posizioni e si appresti a normare in maniera diversa. Non si mette dunque in discussione, anzi si conferma, la legittimità e il funzionamento della funzione normativa, come anche la cornice giuridica complessiva nella quale questa s’inscrive». E poco oltre: «Per paradosso, se e quando la costituzione imperiale si alimenta del caos, quando – per dirla in altri termini – è l’Impero stesso a disobbedire, forse il compito dei cives, dei soggetti che lo avversano, diventa quello di normare in modo nuovo, a partire da istituzioni nuove, piuttosto che quello di disobbedire» (Federico Cartelloni, Il tempo della disobbedienza, in AA.VV., Controimpero. Per un lessico dei movimenti globali, Manifestolibri, 2002). Non avremmo saputo dir meglio. L’illusione di riformare il dominio collaborando con le sue istituzioni e con la sua polizia è stata sepolta a Genova. Gli insorti non la rimpiangono.

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