Mercoledì, Novembre 14, 2007
gli ammutinati
GLI AMMUTINATI
Lungi dal voler tracciare una psico-geografia dei gruppi e degli individui che hanno partecipato alla rivolta di Genova rimanendo fuori dalla contestazione concordata, in queste righe parleremo di come la diserzione della «zona rossa» e l’incontro delle esperienze di spossessati da tutto il mondo abbiano convertito una farsa annunciata in una sommossa reale.
Se da mesi la propaganda riformista martellava con roboanti «dichiarazioni di guerra» che circoscrivevano il nemico da attaccare alla «zona rossa» – cioè ai rappresentanti dei Grandi Otto e al sopruso eccezionale delle transenne e dei check-point -, molti erano i messaggi che lasciavano presagire che a Genova lo spettacolo del rifiuto sarebbe stato scalzato da forme concrete di critica della vita quotidiana.
Già due anni prima, nel novembre del 1999, Seattle era stato un momento di rottura dopo anni di passeggiate simboliche organizzate dal movimento cosiddetto «no-global»: la radicalizzazione di una parte di questo movimento necessitava di un modo altro di scendere in piazza e l’emergere prepotente dell’azione diretta a Seattle andava in questa direzione. È da quel momento in poi che, ogni volta che le mobilitazioni contro i vertici dei grandi della terra – a Davos come a Praga, a Nizza come a Québec City o a Göteborg – travalicano la protesta simbolica, si parla di «black bloc» in azione. Il fatto che il black bloc non sia una organizzazione formale ma il nome dato ad un raggruppamento occasionale di piccoli gruppi di affinità che agiscono in maniera autonoma – o un modo per definire certe tecniche di guerriglia – non impedisce la sua trasformazione in uno degli attori dello show della contestazione. Che questo ruolo spettacolare sia stato ricercato o semplicemente subìto dai suoi protagonisti non ci è dato saperlo, vista proprio l’estrema eterogeneità degli individui che partecipano alle azioni etichettate «black bloc». Quello che ci preme sottolineare, però, è che sono state proprio queste azioni a funzionare da detonatore per la situazione che si è creata venerdì 20 luglio nelle strade genovesi, cioè qualcosa che ha più i tratti di una rivolta generalizzata che quelli della classica contestazione di un vertice condita con qualche scontro tra polizia e militanti. Già negli anni precedenti, negli Stati Uniti, le azioni «black bloc» riuscivano a coinvolgere i giovani dei quartieri neri e poveri, mentre il resto del movimento contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio e più in generale contro il neoliberismo ne lamentava la cronica assenza. Se soltanto un mese prima, durante il vertice di Québec City, migliaia di rivoltosi avevano attaccato le strutture dello Stato e del capitalismo, a Genova si è andati oltre: l’azione diretta è riuscita a scavalcare il muro della militanza, aprendosi alla partecipazione gioiosa non solo di altri manifestanti, ma anche di abitanti dei quartieri, di semplici passanti e di curiosi, creando momenti di rivolta collettiva e di liberazione. E questo nonostante la criminalizzazione preventiva e il terrorismo psicologico che avevano come obiettivo quello di dividere i contestatori in buoni e in cattivi. Ma è stato proprio l’incontro tra contestatori «cattivi» – vale a dire chi non voleva farsi guidare dai Casarini o dagli Agnoletto di turno – di varie tendenze e quelli che i mass media e gli organi di propaganda dei gruppi riformisti concordano nel definire hooligans, teppisti, casseurs o semplici «idioti violenti» ad esplodere in faccia agli specialisti del controllo e ai pretesi leader della contestazione. Chi ciarla di «disagio esistenziale» con la pretesa di governarlo (e senza mai considerarsi, ovviamente, parte in causa) ne ha assaggiato la natura esplosiva. Durante la prima delle giornate genovesi tutto si svolge tranquillamente, a parte qualche sassaiola contro gli schieramenti della polizia. È giovedì 19 luglio, il giorno del corteo dei migranti, e in molti tengono conto della possibile presenza nella manifestazione di clandestini e del conseguente pericolo, in caso di arresti, di espulsioni e di internamenti nei lager (i cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea). Al corteo partecipano circa 50 mila persone. Il rispetto per le consegne degli organizzatori (per alcuni) e la meditata rinuncia allo scontro (per altri) tramontano con la fine di questa giornata.
Per il giorno successivo è prevista una lunga serie di «piazze tematiche», ciascuna occupata da differenti organizzazioni, e un grosso corteo capeggiato dai Disobbedienti. In questo dovrebbe consistere l’inizio del tanto sbandierato assedio alla «zona rossa». Piazza Paolo da Novi è assegnata al Network per i diritti globali ed è proprio da qui che uno ad uno gli accordi e le contrattazioni cominciano a saltare. Nelle assemblee che hanno preceduto il vertice sono state preparate azioni a partire dalle 13. Diverse centinaia di rivoltosi si danno appuntamento in questa piazza a partire dalle 12 (altri invece decidono di incontrarsi ad ovest, al corteo della Federazione anarchica italiana, dei Cub e delle Rdb). Le azioni decise sono abbastanza semplici e veloci, anche se non prive di rischio, e la loro riuscita dipende in buona misura da come saranno disposti i 20 mila uomini delle forze dell’ordine (il corteo del giorno prima ha permesso di capire che saranno per lo più concentrati nella cosiddetta zona rossa). Alle assemblee partecipano svariate realtà di lotta provenienti da tutta Europa e gli orari del concentramento e delle azioni sono pensati in relazione altre «piazze tematiche».
In moltissimi, però, sono determinati ad ignorare le contrattazioni e vogliono bruciare le tappe, tanto che la piazza si riempie un paio d’ore prima del previsto da gente che non esita a procurarsi sul posto tutto quel che può servire per andare all’assalto non solo della zona rossa, ma di tutto quello che in città ha il sapore della sottomissione. Molti Cobas presenti non gradiscono affatto questi preparativi per un festa non annunciata, e ne nasce qualche acceso diverbio. Non è ancora mezzogiorno e già vanno in frantumi i primi vetri di banche e caserme, di agenzie immobiliari e turistiche. Le telecamere vengono sistematicamente distrutte, automobili e arredo urbano sono liberamente utilizzati per fronteggiare le prime cariche della polizia.
Intanto i grossi cortei autorizzati si preparano alla marcia, circondati dai cordoni di polizia e dai servizi d’ordine degli organizzatori, mentre Genova si popola sempre di più grazie all’arrivo, dopo ore e ore di ritardo, dei treni carichi di manifestanti. Molti dei nuovi giunti, dalla stazione di Brignole, si uniscono ai gruppi di rivoltosi che percorrono la città e ne modificano i piani. La polizia, concentrata sulla zona rossa, sembra quasi assente. Quando viene assaltato il Credito Italiano di via Torino c’è la prima grossa carica.
Ogni piano prestabilito, oramai, è saltato e l’avventura genovese comincia davvero.
Sotto la spinta della carica di via Torino i «cattivi» si dividono: una parte (circa 1500) si disperde nel quartiere attorno a piazza Alimonda, dove erige barricate e riesce a respingere la polizia con lanci di sassi e molotov, rimanendo fino alla fine del corteo delle tute bianche. A loro si aggiungono molti ragazzi di Genova che conoscono bene la zona e la cui complicità risulterà preziosa.
Un’altra parte s’incammina con il corteo dei Cobas verso sud, verso piazzale Kennedy, dove alza barricate per tenere lontana la polizia e assalta le banche. I Cobas continuano a non gradire questa rumorosa compagnia e tentano di rifugiarsi nel centro di convergenza del GSF lasciando fuori cinquecento rivoltosi. La maggior parte di questi riesce comunque ad entrare e a sfuggire all’attacco dei Carabinieri, che però sfondano i cancelli coi blindati e cominciano i rastrellamenti sulla spiaggia e sul molo. Il gruppo allora si divide ancora: in duecento decidono di allontanarsi dagli «allontanatori» dei Cobas andando verso nord; in quattrocento, invece, continuano a seguire il corteo verso est, su corso Italia, dove attaccano una caserma dei Carabinieri, per poi dirigersi verso nord e ricongiungersi al corteo dei Disobbedienti che giunge dal Carlini. Sono le 13: lo spettacolo avrebbe dovuto cominciare adesso, ma Genova è già un campo di battaglia.
A saltare ora sono i patti tra le forze dell’ordine ed i caporioni del Social Forum: il corteo dei Disobbedienti viene caricato cinquecento metri prima di quanto previsto dagli accordi con la questura e, soprattutto, le cariche sono vere. Intanto giunge la notizia che in contrada Cavallotti, dopo un esproprio ad un supermercato, la polizia ha sparato. Inoltre, il gruppo che arriva da corso Italia porta con sé il carico delle esperienze fatte in un paio d’ore di sommossa.
Comincia il massacro generalizzato. Cobas, Disobbedienti, lillipuziani, pink bloc e le altre migliaia di persone scese in piazza si ritrovano schiacciate dalle cariche e dai lacrimogeni. L’asfalto si macchia del sangue dei manifestanti e dei passanti pestati. Le forze dell’ordine manganellano inferocite donne e uomini, vecchi e giovani, lanciano le camionette a tutta velocità sulla folla, investono manifestanti.
Impotenti di fronte alla repressione, moltissimi tra i manifestanti si convincono che la responsabilità del massacro non siano di polizia e carabinieri, ma dei ribelli. «È tutta colpa del black bloc», si sente ripetere. La logica di questa affermazione, che nasconde le cause reali dei fatti dietro giustificazioni di comodo, è la stessa che fa dire a tanti che la disoccupazione è causata dagli extracomunitari che rubano il lavoro agli italiani. Sta il fatto che da questo momento in poi si susseguono scene paradossali in cui sedicenti pacifisti sprangano ragazzi colpevoli di essere vestiti di nero, in cui altri chiedono protezione alla polizia oppure arrivano ad indicare agli agenti scatenati chi picchiare al proprio posto.
Altra sorte e altro clima, invece, accompagnano quei millecinquecento che, dopo la carica di via Torino, si sono diretti verso Brignole e piazza Giusti. Lì una parte della popolazione, a differenza dei tanti militanti presenti a Genova, ha saputo unirsi ai facinorosi e tutti – dal nerovestito all’anziana signora genovese con i suoi nipoti, ai vari manifestanti appena arrivati alla stazione – hanno potuto condividere la gioia di riappropriarsi di ciò di cui in quel momento avevano bisogno senza passare attraverso il ricatto del denaro, gustando il dolce sapore della gratuità e l’aria fresca della rottura delle regole. Vengono assaltati un tabaccaio ed un supermercato; quest'ultimo rimarrà aperto fino a sera, trasformandosi in un banchetto gratuito e in un luogo di discussione. Con la tecnica ormai assodata di non offrire le spalle alla sbirraglia, erigendo continuamente barricate lungo il percorso, gli insorti liberano, per qualche ora, un quartiere dalle banche e da altre espressioni del dominio. Nessuno sbirro riuscirà ad entrare nella zona fino alle 18.
Mentre le tute bianche si preparano per la «vestizione» con l’armatura da «buoni» al fine di «mettere in gioco i loro corpi», i millecinquecento «cattivi» si dirigono verso piazzale Marassi. Prima di arrivarvi si suddividono ancora in due gruppi. Alcuni se ne vanno perché non condividono la scelta degli obiettivi fatta fino a quel momento: si sarebbero accontentati volentieri di banche e grosse multinazionali, il resto è sembrato loro una perdita di tempo e di energie quando non un eccesso. Chi rimane quasi non si accorge di cosa gli si erge dinnanzi: lì c’è il carcere, lì ci sono centinaia di amici, fratelli, parenti, possibili complici rinchiusi. Le forze dell’ordine a difesa del carcere si dileguano in un battibaleno sotto gli attacchi dei rivoltosi, mentre dalle finestre i nonni osservano divertiti quanto sta succedendo.
Viene dato fuoco alla grande porta (purtroppo ignifuga), poi si cerca invano di sfondarla; vengono sfasciate le vetrate della sala colloqui, le finestre del primo piano (i detenuti sono concentrati all'ultimo) e l'ufficio del direttore, ma le poche molotov non bastano… a qualcuno sarà venuta voglia di tirarla giù coi denti! Ma chi avrebbe mai immaginato di arrivare fino a lì? E invece la complicità nella rivolta sincera e reale (non simulata, non rappresentata ma vissuta) si è svelata in tutta la sua potenzialità. Quale grande lezione: sottrarsi alla mafia dei collaborazionisti, della Nuova Polizia è possibile, ed è la chiave per liberare le diversità in modo che possano creare un reale pericolo per questa società fatta di gabbie. Sembra quasi che non resti altro che tornare a casa e mettere in pratica la lezione anche al di fuori dei grandi appuntamenti. Ma non è finita.
Sono passate ormai molte ore dall’inizio degli scontri e il gruppo di ribelli, finite le "munizioni", abbandona il carcere per salire la lunga scalinata Montaldo. Ritenendo la scalinata un ostacolo sufficiente a tener lontana la polizia, i rivoltosi non erigono barricate. Finiti i gradini c’è piazza Manin, la piazza tematica della Rete Lilliput. I cattolici, capeggiati da un prete, intimano al gruppo di allontanarsi e subito dopo la polizia sbuca dalla scalinata e bastona chi si trova davanti, cioè quelli che alzano le mani.
Inseguiti dalla polizia e scacciati dai preti, i ribelli ripiegano verso sud. Tutti i gruppi (compresi i rivoltosi che si erano uniti alla manifestazione della Federazione anarchica e del sindacalismo di base) si ritrovano ora ad ingrossare il corteo, inizialmente capeggiato dai Disobbedienti, ma che conta ormai più di 15.000 persone delle più varie tendenze. Quando il corteo giunge in via Tolemaide, verso le 14. 30, gli scontri sono già in corso. Mentre i portavoce si sgolano per dissociarsi dai danneggiamenti, dalle barricate e dalla violenza contro la violenza delle forze dell’ordine («è tutta colpa del black bloc», «sono stati gli anarchici»...) alle loro spalle una marea di manifestanti, tra urla di rabbia e di gioia, travolge i gendarmi e per ore tiene testa alle cariche. Oramai sono gli stessi militanti disobbedienti a sfuggire ai propri caporioni, anche perché la zona, priva di via uscita, non lascia altra scelta. Gli scontri sono violentissimi: un blindato dei carabinieri viene assaltato e dato alle fiamme; nel quartiere di San Fruttuoso vengono erette barricate e una parte della popolazione si unisce ai rivoltosi. Le forze dell'ordine usano gli idranti e le autoblindo. Più volte, attaccati da vie laterali a colpi di molotov, sono gli agenti a fuggire. Intanto, in Piazza Alimonda, alle 17.30, Carlo Giuliani viene assassinato durante un assalto a un Defender dei carabinieri. L'incredulità e una rabbia quasi paralizzante s'impadroniscono dei manifestanti, subito scosse dai gruppi che continuano a scontrarsi con le forze dell'ordine con un odio senza confini, urlando vendetta. Il grosso del corteo si ritira verso il Carlini, con la sbirraglia che carica, rastrella e pesta chi non riesce a stare nelle fila. Quando i manifestanti raggiungono lo stadio, le forze di polizia si ritirano dalla zona. Sono le 18. 30. Piccoli gruppi rimangono in centro continuando a scontrarsi con le forze dell'ordine. Gli ultimi gruppi si disperdono verso le 20, ma non prima che siano andate in fumo le banche di via Torti e di p.zza Rossetti.
Prima degli scontri di via Tolemaide, ad ovest, nel corteo dei sindacati di base, una sassaiola colpisce le truppe giornalistiche. Un folto gruppo si stacca dalla manifestazione per attaccare diverse banche prima di disperdersi inseguito dalla polizia. Altrove le forze dell'ordine incontrano diversi gruppi determinati a fronteggiare le cariche, anche con bombe carta. Mentre infuria la battaglia intorno a piazza Alimonda, viene attaccatala caserma dei carabinieri in via S. Martino.
Per il giorno successivo, sabato 21 luglio, molti sono quelli che spingono perché nulla succeda. Tra le voci istituzionali spiccano i DS che chiedono la sospensione del vertice ed invitano a non partecipare al corteo conclusivo. Usando il morto e gli scontri, sferrano un attacco ai concorrenti di destra, e definiscono il vertice un totale fallimento. Ma già dalle dieci varie azioni dirette vengono realizzate nelle zone limitrofe al concentramento del corteo.
In 300.000 scendono in piazza. Ligi alle richieste della questura e dei giornali, i servizi d’ordine del GSF (Rifondazione, Attac e Disobbedienti) aiutati dai Cobas concentrano la propria attenzione sui «black bloc». Addirittura, quando, dopo diverse cariche a freddo della polizia, alcuni costruiscono barricate dando fuoco alle macchine per proteggere il corteo, i servizi d’ordine tentano di cacciarli. Migliaia di manifestanti, non cogliendo affatto la lezione del giorno precedente, di fronte alle cariche alzano le mani pensando che questo li risparmierà: è un vero massacro. Finanzieri e poliziotti manganellano e prendono a calci persone inermi, intere famiglie con bambini, mentre gli elicotteri bombardano i manifestanti con i famigerati lacrimogeni "a grappoli". Alcuni rivoltosi attaccano la caserma di S. Giuliano (la stessa caserma dove gli arrestati saranno, nelle ore e nei giorni successi, sistematicamente torturati).
Verso nord, dopo che il corteo è stato spezzato in due dalle cariche, oltre il tunnel sotto la ferrovia vengono erette barricate che attutiscono di molto l’avanzata della polizia: qui tutti sembrano complici, cosiddetti black bloc, autonomi e anche gente di Rifondazione e dei Cobas. Lontano, in piazza Ferraris, si tengono i comizi che erano stati programmati, come se in città non stesse succedendo più nulla. In realtà sono proprio le barricate e gli scontri a tenere la polizia impegnata, lontana.
Le banche che si trovano lungo il percorso del corteo vengono sfondate e saccheggiate, quelle visitate il giorno prima ricevono una nuova visita: gli espropri del venerdì avevano sollecitato l’interesse e la voglia di emulazione di non poche persone («Vengo anch’io!» titolerà una successiva testimonianza sul 21 luglio).
Tra le 6 e le 7 del pomeriggio, le manifestazioni volgono al termine: tutto quello che la gente vuole adesso è ritornare a casa sana e salva. Non è un compito facile visti i rastrellamenti della polizia nelle strade, nei bar, negli anfratti, ovunque. Gli elicotteri volano ancora bassi, le sirene non smettono mai di assordare. Nella ritirata gruppi di rivoltosi continuano gli attacchi a banche e altri luoghi del capitale e, in via dei Mille, un commissariato di polizia si ritrova con il portone sfondato. Un gruppo consistente si dirige verso Brignole, attraversando il quartiere di Albaro, senza trascurare banche ed altre strutture nefande prima di unirsi con quelli che agivano al di là della ferrovia. Verso le 17. 30 tutti i gruppi si disperdono.
Molti si recano alla stazione di Brignole, altri nei centri di convergenza: non c’è molta possibilità di andare altrove. Anche muoversi dalla scuola Diaz, centro del GSF, alla stazione non è, nonostante la breve distanza, una decisione semplice. E poi: che fine hanno fatto tanti compagni? Sono molti quelli che mancano all’appello.
Qualcuno preferirà aspettarli alla Diaz, visto che lì c’è anche il primo soccorso dei sanitari e c’è anche posto per dormire. Quelli che si sono illusi che tutto sia finito, dimentichi di quello che è successo a Göteborg e a Praga, pagheranno cara la stanchezza. Alla fine dei precedenti controvertici, infatti, la polizia era entrata in azione nella notte ed aveva massacrato i manifestanti che si erano rifugiati nei luoghi fissati come ricovero. Era abbastanza verosimile che la sbirraglia avrebbe fatto la stessa cosa a Genova. Già la notte precedente si erano avute avvisaglie di questo tipo: continuavano a girare voci di assalti della polizia in vari campi e minacce che sarebbero arrivati anche altrove. La sera del 21, dopo la cacciata di Agnoletto, che durante tutto il giorno si era prodigato a calunniare, infamare e chiedere più repressione, e la sassaiola contro una colonna di macchine della polizia, qualcuno avrà cominciato ad avvertire un certo brivido di terrore. La voce si spargerà, ma per l’ennesima volta un’ingiustificata fiducia nei limiti della violenza dello Stato ridimensionerà l’imminente pericolo. Il resto della nottata è, purtroppo, la storia di una nota mattanza.
Alle tre, mentre una colonna di blindati della polizia passa nel quartiere della Foce, c'è un fitto lancio di pietre e bottiglie. Dalla mattina, invece, piazza Alimonda si riempie di persone che portano il proprio saluto a Carlo.
Chi crederà ancora, dopo Genova, che sia possibile traghettare l’odio per la miseria, l’isolamento, i disastri ecologici e le guerre verso il paradiso di un capitalismo dal volto umano, più equo e solidale?
Ma la piatta apologia non è mai il sale della terra. Il nostro intento non è solo quello di difendere il senso della sommossa genovese, come memoria di un avvenimento in sé conchiuso, bensì quello di rimetterlo in gioco. Per far questo è necessario evitare le schematizzazioni ed affrontare i nodi critici.
A Genova non c'erano soltanto i racket politici da un lato e i rivoltosi dall'altro (in parte organizzati e in parte unitisi spontaneamente alla sommossa). C'erano tante persone abituate a manifestazioni pacifiche e, più in generale, ad un "impegno politico" da dopolavoro che coinvolge ben poco la vita quotidiana. Per molti di questi, i capibastone delle varie mafie militanti non sono dei "recuperatori" – concetto che presuppone una soggiacente radicalità della quale i leader si approprierebbero per svuotarla –, bensì l'espressione di ciò che effettivamente desiderano: un modo un po' migliore, ma da ottenere senza grandi sforzi. Le buffonesche dichiarazioni di guerra dei Casarini volevano recuperare – quelle sì – la rabbia di un movimento che a Genova era comunque minoritario – ed è quello il recupero che è miseramente fallito. Per tutti gli altri la violenza dello Stato è stata un autentico trauma e le azioni di attacco una pratica difficilmente comprensibile. Quanto alla calunnia dei «black bloc infiltrati e manovrati dalla polizia», essa risultava rassicurante per le loro coscienze, dunque credibile. Anche la visione schematica del racket che manipola e recupera è in fondo, pur nella sua assoluta differenza, rassicurante. Il rapporto fra dirigenti e diretti non è così semplice, e va criticato nei due sensi. L'esplosione di Genova ha fatto i conti con anni di assenza di conflittualità sociale, segnati da cortei pacificati e da un'ideologia del dialogo democratico che è penetrata fin nelle ossa. Tutto ciò non si scalza in qualche ora. Dopo i fatti di luglio, molti rivoltosi non hanno saputo alimentare le fiamme di quei giorni nella continuità dei loro progetti, fuori dalle scadenze prefissate.
Se è vero che la rivolta non propone solo risposte diverse agli stessi problemi, ma cambia profondamente le domande (dagli Otto Grandi da fermare, a un intero modo di vita da sovvertire, per restare all'esempio genovese), è altrettanto vero che essa non fa sparire per magia i problemi, ma li distribuisce diversamente. Se in genere nella rivolta, oltre al piacere di vivere, s'innalza anche la capacità di smascherare i propri nemici, nessuna sommossa regala uno spirito critico che l'esperienza non abbia affinato. Da questo punto di vista è, ancora una volta, rassicurante bollare di «moralismo» chi preferiva attaccare banche e multinazionali piuttosto che sfasciare le cabine del telefono, o chi preferiva agire lontano dai cortei piuttosto che coinvolgere suo malgrado altri manifestanti – non i sedicenti disobbedienti, ma i tanti, tristi democratici – in possibili scontri. È vero che limitarsi ai "simboli" (che poi tali non sono) del capitalismo può essere un cliché militante rispetto al salto di qualità di una sommossa che mette in discussione tutta la città con i suoi rapporti alienati; ma è ideologico – questa volta nel senso dell'ideologia della teppa – vedere chissà che lucidità laddove non c'è che una muscolosa assenza di idee. La natura delle nostre analisi si riflette anche in ciò che distruggiamo, perché l'azione stessa contiene un suggerimento teorico.
Se la rivolta è un immenso spazio di possibilità che si apre, sta a ciascuno attraversalo a modo suo. Chi dice sommossa dice anche tanta miseria e tanta stupidità che si sprigionano, miseria e stupidità che la normalità capitalista organizza, incarcera e diluisce allo stesso tempo. Evitare ciò non è possibile – se non buttando, assieme all'acqua sporca, anche il bambino –, perché la libertà nasce sulle rovine e sul fango. Ma appiattirsi nella loro ripetizione non è necessario.
Nella difesa dei rivoltosi di Genova, nell'attacco senza mediazioni ai traghettatori del consenso, i problemi vanno tenuti aperti. Per far meglio la prossima volta, giacché solo le occasioni affilano le armi.