Mercoledì, Novembre 14, 2007

giù la maschera, le forze dell'ordine al lavoro

Il G8 ha visto un dispiegamento di forze dell’ordine che per mezzi e uomini non ha precedenti in Italia. Oltre a questo importante dato della strategia della repressione, però, l’operato dei suoi uomini ha messo in luce un altro fatto: nelle strade, in quei giorni, si è mostrato il vero volto di questi corpi. Cani da guardia che con il massacro e la violenza sulle persone si prestano al ruolo di custodi dell’ordine. Strategie di palazzo e di piazza, repressione calcolata o violenze estemporanee di singoli "agenti esagitati", la differenza non conta, sono tutti aspetti dell’essenza di un corpo di persone piegate a una mentalità clanica che per l’interesse del tiranno che gli dà il pane e la divisa sono pronte ad alzare il bastone contro chiunque.

A Genova sono stati richiamati i corpi più svariati, i più selezionati per questioni di sicurezza e repressione: c’erano i carabinieri delle Brigate Sassari e Tuscania, protagonisti delle spedizioni italiane in Somalia, in Iraq e Albania, più 2700 uomini delle truppe speciali dell'esercito (i paracadutisti della Folgore, i marines del S. Marco, i commandos sommozzatori del Corsurbin e la divisione NBC, specializzata nella guerra chimica, batteriologica e nucleare); c’era il Gom (Gruppo Operativo Mobile) un reparto – partorito nel ’97 dal governo di centro-sinistra ed entrato realmente in funzione nel 1999 con il decreto firmato dal "comunista italiano" Dilimberto – i cui uomini non sono fissi ma vengono scelti di volta in volta dalla polizia penitenziaria; c’erano la Finanza, vari squadroni di Celere e poi gli uomini del CCIR, un corpo speciale dei carabinieri creato apposta per il G8. Nel complesso, più di 20 000 uomini.

Prima dei pestaggi e delle violenze di piazza che hanno fatto il giro del mondo nelle immagini televisive gli agenti si sono distinti anche per un lavoro di controllo. Già il 16 luglio, a Genova, una perquisizione veniva effettuata all'interno del centro sociale Pinelli. Il 19 luglio e nei giorni prima ancora i manifestanti venivano identificati e schedati per le strade, mentre dai documenti ufficiali si sa che agenti infiltrati erano presenti ad un'assemblea del 18 e ad altre tenutesi nelle settimane precedenti in Germania e in Slovenia. La mattina del 20 vengono identificati e schedati durante cinque ore tutti i presenti al centro sociale Inmensa e un'operazione simile si svolge al Pinelli. Questi centri sociali sono due luoghi di ritrovo di manifestanti che non si riconoscono nel GSF.

L’istituzione in città delle varie zone ad accesso limitato e della cittadella dei carabinieri calava già uno scenario da regime totalitario.

Il 19 si svolge il corteo dei migranti senza scontri di rilievo, se non qualche sassaiola contro la polizia. Dal 20 inizia il massacro, un massacro calcolato, quasi scientifico nella sua apparente illogicità.

La famosa carica dei carabinieri al corteo dei Disobbedienti in via Tolemaide, che ha dato il via agli scontri generalizzati, è avvenuta lontano da dove i più determinati attaccavano i luoghi di sfruttamento e oppressione, e ai danni di un corteo per lo più disarmato. Ma a conti fatti è risultata sicuramente più efficace e funzionale ai piani dei potenti che non rincorrere per la città gruppi di facinorosi oltre tutto pronti allo scontro. Coi pestaggi ai manifestanti pacifici la polizia ha dovuto togliersi la maschera, ma ha dato un colpo, una lezione brutale a chi credeva di infastidire i Grandi 8 con minacce fatte e poi ritirate o dichiarazioni di guerra nascoste dietro la bandiera della nonviolenza, come avevano fatto Casarini e compagni nel mese precedente il vertice. Difficilmente i dirigenti ignoravano che il luogo scelto per la carica (una zona senza vie d'uscita) avrebbe provocato una strenue resistenza da parte dei manifestanti, a cui non rimaneva altra possibilità che difendersi.

Durante tutti gli scontri la polizia ha sparato 6200 lascrimogeni del famigerato gas CS (si sa di molte persone ricoverate successivamente per averlo respirato e anche i chimici diranno di non conoscerne le conseguenze a lungo termine). Gli aspetti apparentemente più insensati e paradossali della condotta e delle scelte strategiche delle forze dell’ordine vanno inseriti in un più ampio quadro (anche internazionale, visti i diversi incontri al vertice e i corsi di addestramento per agenti allo scopo di definire alcune direttive comuni). Se la repressione era pianificata e alcuni scontri sembrano stati provocati appunto per "giustificarla", va detto che è un'illusione poliziesca – condivisa anche dai capi della contestazione – quella di ridurre tutte le variabili di un conflitto sociale ad un disegno pre-ordinato. Di sicuro la sbirraglia era poco preparata ad affrontare le pratiche di attacco messe in atto lontano dalla "zona rossa", dov'era concentrato il grosso degli agenti. La centralizzazione delle strutture si riflette anche nella mentalità degli uomini di Stato: per questi il compito principale era comunque proteggere il vertice dei loro padroni. Quando una sommossa raggiunge le dimensioni di quella genovese, per di più in una città non ancora del tutto ridisegnata dagli urbanisti del controllo, le forze dell'ordine sono costrette ad improvvisare. La loro brutalità risponde certo a delle consegne ben precise (Fini non era per caso nelle centrali operative), ma esprime anche la reazione di chi sfoga sugli inermi il proprio bisogno di sopraffazione, un bisogno frustrato dai tanti manifestanti che hanno reagito alle cariche. Per il resto, lo schieramento di carabinieri "giovani e inesperti" in materia di guerriglia urbana, l’episodio del Defender dell’Arma lasciato in preda ai manifestanti inferociti, l’abbandono della piazza del carcere di Marassi, fino al culmine dell’assassinio di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, sembrano un misto di piani precisi e di benemerite sbracate; e tutto ciò a dispetto dell'apparente invincibilità di un dispiegamento di forze come quello predisposto a Genova. Subito attorno a piazza Alimonda c’erano uomini della polizia ma nessuno è intervenuto in aiuto dei carabinieri sulla jeep; le forze dell'ordine hanno sparato a Genova ma lo avevano fatto anche il mese prima in Svezia, a Göteborg, e solo per miracolo non c’era scappato il morto. Inoltre in quelle ore vicine all’uccisione di Carlo, giravano voci insistenti su altri due morti tra i manifestanti svanite, nel giro di poco tempo, senza conferma né smentita, mentre i colpi d’arma da fuoco sono stati sicuramente di più di quelli sparati in piazza Alimonda. A questo proposito va aggiunto che il ritrovamento – qualche giorno o addirittura un mese dopo – di persone nelle vicinanze di Genova e nelle acque territoriali del suo porto, morte in circostanze quantomeno oscure e liquidate con autopsie rapide e raffazzonate, non permette di considerare campate in aria quelle voci.

 

In generale gli agenti si sono prodigati in pestaggi e violenze su persone inermi, per strada e soprattutto nella famigerata caserma di Bolzaneto e in quella di S. Giuliano, dove si sono divertiti con torture, umiliazioni e violenze sistematiche come il macabro rituale del corridoio (un pestaggio fra due ali di servi in divisa) o i gas nocivi spruzzati nelle celle. I rastrellamenti non hanno risparmiato neanche gli ospedali dove gli agenti hanno fatto irruzione alla ricerca di manifestanti feriti che erano dovuti ricorrere alle cure, e dove hanno picchiato ripetutamente.

Il 21 la strategia delle forze dell’ordine cambia: i carabinieri, su cui pesava l’omicidio di Carlo Giuliani, vengono spostati nella zona rossa dandosi il cambio con la polizia che questa volta carica in modo calcolato e massiccio l’imponente corteo con l’intenzione di spezzarlo da subito e, quando ci riesce, massacra i manifestanti riversatisi sul lungomare. Già alle nove del mattino un nucleo di carabinieri tenta un'irruzione nel campo dei Cobas a Sturla. Ritiratisi dopo una trattativa, gli uomini dell'Arma tornano due ore dopo, arrestano una ventina di persone e distruggono tutto.

Le giornate del G8 si concludono con il blitz notturno alla Diaz, effettuato col pretesto della presenza in quella scuola di manifestanti appartenenti al "Black Bloc". Alla Diaz era stato installato lo studio di Radio Gap. Alla Pascoli, un'altra scuola sempre in via Cesare Battisti, di fronte alla prima, si trovavano la sede del Genoa Legal Forum, il centro sanitario e il media center (Indymedia). In questi locali gli agenti si sono "limitati" a spaccare tutta l’attrezzatura e a sequestrare il materiale video; alla Diaz, là dove i manifestanti dormivano, è stato invece organizzato – staccati luce e telefono – un pestaggio violentissimo. Dalla Pascoli si sentivano le urla terrorizzate dei ragazzi e di lì a poco le ambulanze ne portavano via a decine, mentre altri venivano caricati sui cellulari della polizia, probabilmente troppo malconci per essere lasciati lì con tutti i giornalisti intorno. Dopo il passaggio di polizia, carabinieri e reparto mobile di Roma (giudato da Canterini) il sangue dei manifestanti chiazzava muri e pareti di tutta la scuola, ma secondo gli agenti era dovuto alle ferite che i manifestanti si erano procurati durante gli scontri del pomeriggio! A detta delle forze dell'ordine i pestaggi e gli arresti sono stati una risposta all’aggressione subita entrando nella scuola e al ritrovamento di due bottiglie molotov; si saprà successivamente che un poliziotto aveva simulato maldestramente di esser stato pugnalato nel giubbotto antiproiettile e che le molotov erano state raccolte dagli sbirri nel pomeriggio e portate lì apposta (un agente interrogato, all’oscuro di tutto, riconoscerà le bottiglie incendiarie che aveva lui stesso trovato in strada). In questa operazione era coinvolto in prima linea l’allora capo dell’"anti-terrorismo" Antonio La Barbera, lo stesso che una settimana prima di Genova aveva proposto 150 custodie cautelari in tutta Italia al fine di impedire a varie persone "note alle forze dell'ordine" di partecipare al contro-vertice (in seguito alle perquisizioni, invece, le procure di Milano non avevano ritenuto di essere in presenza degli estremi per eseguire l’ordinanza, "limitandosi" a disporre una quarantina di obblighi di dimora). La Barbera è stato l’unico, dopo i giorni del G8, ad essere cassato dai suoi superiori con la rimozione dal posto che occupava – poi, finalmente, è morto.

In quei giorni sono state arrestate qualcosa come 390 persone, la gran parte rilasciate nel giro di poco, dopo essere state pestate in strada e torturate nelle caserme (non solo di Bolzaneto e S. Giuliano, ma anche in varie del Levante Ligure); le altre, per lo più manifestanti stranieri, furono trasferite – e alcune torturate – nelle carceri di Pavia, Vercelli, Alessandria e Voghera. Gli stranieri, accompagnati di forza alla frontiera o agli aeroporti, sono stati espulsi con provvedimento ministeriale/prefettizio. Le ultime scarcerazioni avverranno il 4 ottobre 2001.

 

I numeri e i documenti ufficiali dimostrano dunque una calcolata pianificazione della repressione: il terrore diffuso dal potere ha dato ai suoi uomini l’occasione di usare il proprio brutale armamentario sul nemico. D’altronde, mezzi e uomini sono in dotazione per venire impiegati e al codardo in divisa che non ha alcuna capacità decisionale, disposto com’è ad esguire qualsiasi ordine, basta avere la possibilità perché sfoghi il peggio di sé.

Allora analisi sulle strategie delle forze dell’ordine, interpretazioni politiche o anche condanne incredule a un carattere "cileno" della polizia sono del tutto secondarie o, peggio, funzionali a quella rappresentazione il cui scopo è negare l’evidenza delle cose. In molti contestatori si sono impegnati, dopo Genova, a salvare il buon nome della polizia, a non fare di ogni erba un fascio, ad isolare le mele marce al fine di avere un sano paniere della repressione, a riprendere le trattative così miseramente fallite in quelle giornate. Dalle iniziative di riconciliazione (esemplare quella – riportata in Appendice – di far reincontrare alla Diaz picchiatori e picchiati) alla vera e propria espressione di solidarietà alle forze dell’ordine (ad esempio dopo l’attentato alla Questura di Genova del settembre 2002), i vari racket sedicenti nonviolenti si sono fatti in quattro per contenere la rabbia contro gli agenti della repressione. E gli altri? Se i servitori in divisa non sono riusciti a far capire, con il lavoro svolto a Genova, qual è la natura dello Stato e di chi lo difende, di certo non ci riusciranno né qualche riflessione teorica né un’intera enciclopedia di storia del terrore poliziesco.

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