Venerdì, Novembre 09, 2007
Raccolta di comunicati del M.I.L. e di altri gruppi di area autonomo-libertaria degli anni 70 in Spagna
L’agitazione armata
Esigenza tattica del movimento operaio
E’ impossibile alla classe operaia di rinculare in questa strategia, già innescata, di lotta autonoma.
Bisogna andare senza esitazione verso l’autorganizzazione del proletariato, il più rapidamente possibile.
La situazione esige l’adempimento di tutta una serie di tattiche vitali per consolidare la strategia autonoma della lotta di classe.
Ma è evidente che tali tattiche (recupero del materiale, rinforzamento della classe di sostegno, ecc.) non possono essere affidate nelle menai di gruppi militaristi piccolo borghesi, che comportano grossi pericoli di controllo e dirigismo politico.
Bisogna far fronte alla repressione poliziesca con la violenza armata proletaria.
Durante gli ultimi anni, dei gruppi operai si organizzavano spontaneamente nelle lotte, formando gruppi di autodifesa, picchetti di sciopero, con mezzi che corrispondevano alle esigenze del momento, ma in maniera prettamente effimera.
Il ritorno delle lotte, unito all’incremento della repressione, porta all’indispensabile apparizione di numerosi gruppi autonomi di lotta, che praticano delle espropriazioni ed altre azioni violente situandosi in un quadro generale di agitazione armata.
Non si tratta quindi di un fatto gratuito o di una strategia esterna alla classe operaia (come nel caso dei gruppi piccolo borghesi che dirigono la violenza quotidiana della lotta operaia verso il nazionalismo, per esempio).
Si tratta di una esigenza tattica del movimento operaio, che corrisponde alla situazione presente della lotta di classe, con gli stessi obiettivi:
l’autorganizzazione della classe che permetta di giungere al momento insurrezionale.
Sull’agitazione armata
In primo luogo bisogna distinguere il concetto di agitazione armata da quello di lotta armata o militare.
Un “nucleo” di lotta militare, non cerca basi politiche di lotta di classe, ma si considera come avanguardia, la “punta di testa” della lotta e trova in sé stesso la sua giustificazione di esistere.
Contrariamente, un “nucleo” di agitazione armata non può ammettere di mistificare la sua attività considerandosi autosufficiente, ma si definisce dalla sua relazione con la lotta di classe.
Un gruppo di agitazione armata è un gruppo di appoggio che situa la sua attività nel contesto della lotta di classe del proletariato, fa parte di questa lotta di classe.
Questo è molto importante per noi, perché implica lo stabilire basi politiche pratiche che delineano molto bene le posizioni piccolo-borghesi (o individualiste) e le posizioni proletarie (o di classe).
- La concezione piccolo-borghese dell’attività rivoluzionaria è quella di un “golpe” (cospirazione) che si prepara e si sviluppa senza la classe operaia. L’attività armata è destinata a sostituire l’offensiva generale delle masse e l’insurrezione finale con una lotta sempre più minoritaria
- Contrariamente, la concezione proletaria considera che il capitalismo va verso la sua autodistruzione, che gli genera da sempre le sue contraddizioni. Il capitalismo ha creato ed unificato contro di lui, per il processo di sfruttamento di una classe sull’altra i suoi propri becchini: IL PROLETARIATO.
Questo non vuol dire che le lotte operaie non presentino alcuna limitazione: rivendicazioni limitate si urtano contro una forte repressione, contro la debolezza e l’isolamento della lotta.
Le lotte operaie devono passare dalla posizione difensiva a quella offensiva, dalle rivendicazioni pacifiche alla lotta violenta e senza partiti, dall’esplosione spontanea all’organizzazione di questa spontaneità.
Tutto questo non è facile, e pertanto i risultati ottenuti in questa situazione sono ogni giorno più grandi e la rivoluzione vede confermare le sue previsioni: l’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi.
In sintesi l’agitazione armata si considera e costituisce effettivamente una delle facce o aspetti della lotta di classe del proletariato nel livello attuale, o in quello dell’insurrezione generale verso la quale tende.
Per la sua pratica d’azione necessariamente limitata, l’agitazione armata mostra il livello violenza possibile nelle azioni al momento attuale; dunque, quello che deve essere applicato in generale, è ben superiore a quello che si crede.
L’agitazione armata, come tutte le altre forme di agitazione, incide la direzione presa dalla lotta di classe delle masse, aiutandole ad orientarsi, e radicalizzarsi ed avanzare con una forza sempre più grande.
Nello stesso tempo, gli oggetti concreti di questa agitazione hanno una funzione di appoggio alla lotta delle masse.
In fondo la semplice esistenza ed il funzionamento efficace dell’agitazione armata nell’insieme della lotta di classe, con la generalizzazione prevedibile di nuclei che praticano questo tipo d’attività, viene a sostenere dei principi politici radicali:
- Si è parlato molto di lotta contro la repressione, restando sempre in posizione difensiva e a metà strada, senza vedere che non c’è altra strada contro la repressione che l’insurrezione generalizzata.
- La vera lotta contro il sistema non è il semplice gollismo, ma la rivoluzione proletaria, per cui il primo passo è di passare dalla posizione difensiva a quella offensiva in maniera sempre più generale.
- In sintesi, per colui che ha una concezione proletaria della rivoluzione, l’attività armata è un appoggio alla lotta del proletariato e alla sua insurrezione generale.
Al contrario, per le “avanguardie” militari e politiche, è la lotta delle masse che è solamente un appoggio alle loro organizzazioni.
E’ questo ordine di priorità e questa differenza nella stima dell’insieme, che distingue i comunisti dai piccolo-borghesi in seno alla lotta di classe.
Quattro questioni sulla lotta armata
1 Orizzonte della nostra lotta
L’autogestione della lotta proletaria per arrivare un domani all’autogestione della rivoluzione, (condizione necessaria perché sia possibile l’eliminazione di tutto il potere) per instaurare il socialismo (autogestione della società). L’emancipazione dei lavoratori sarà opera dei lavoratori stessi, I Internazionale
2 Strategia
Vista in un modo concreto, anche l’insurrezione generale, la rivoluzione, il socialismo, ecc.. sembrano obiettivi lontani, e, per questo, un fatto insufficiente per la mobilitazione rivoluzionaria delle masse. E’ indiscutibile che la lotta per l’autorganizzazione dei lavoratori non è soltanto un principio generale, ma si presenta oggi con tutte la sua urgenza.
3 Esigenze di questa strategia
L’autorganizzazione dei lavoratori comporta attualmente il superamento di una serie di limitazioni:
- Eliminare tutte le egemonie del partito sul movimento operaio.
- Contro la tutela paternalistica del riformismo (PC, ecc..).
- Contro l’impotenza del settarismo gruppuscolare e delle sue limitazioni.
Autorganizzazione operaia in tutti i centri, comitati di fabbrica, piattaforme di coordinamento dei comitati su scala territoriale.
Servizi particolari:propaganda, tipografie, casse di resistenza (sciopero).
4 La tattica
Gli operai si apprestano ad eseguire tutte queste tattiche con le loro sole forze.
Ogni rivoluzionario deve contribuire con il suo apporto per accelerare il processo in corso.
Nessuno ha il diritto di chiamarsi rivoluzionario al di fuori del suo contributo al rafforzamento dell’autorganizzazione.
Man mano e nella misura in cui si sviluppano le esperienze di lotta, si pone anche la necessità di accumulare insegnamenti, di generalizzarli, di radicalizzarli.
- Approfondimento del pensiero rivoluzionario, che passa dalle questioni particolari alle generalità (vedi Ed Majo 37 e simili).
- Porre apertamente la questione dell’uso della violenza per coprire le tattiche necessarie all’autorganizzazione operaia. (Vedi” la violenza di massa durante la lotta in fabbrica” che noi chiamiamo “agitazione armata”).
Conclusioni provvisorie
Nella misura in cui le condizioni della lotta rivoluzionaria maturano ed avanzano, alcune questioni si pongono con più acutezza; a queste bisogna rispondere prontamente secondo le proprie forze ed il momento.
- Fino a dove può arrivare la pratica teorica oggi? (Non confondere “Majo 37” con un lavoro di divulgazione della teoria, ma vederlo come una “pratica teorica” in relazione diretta con l’altra pratica).
- Fino a dove può arrivare l’agitazione armata oggi? (Non confondere l’agitazione armata con il militarismo, tipo ETA e Terzo mondista).
- Si tratta di due pratiche incompatibili (ed in questo caso definire quale è prioritaria) o, meglio sono complementari l’una all’altra?.
Tutti oggi si pongono questi problemi, operai, teorici, militari, ecc…
Un congresso può certamente prendere posizione su questo, ma la risposta reale non può uscire da un congresso, che esso sia di operai, di tecnici, di militari o di ogni altra sorta di politici.
LA RISPOSTA E’ NELLA PRATICA
1972 Spagna MIL-Movimento Iberico di Liberazione
Autodissoluzione dell’organizzazione politico-militare M.I.L.
Attraverso lo scacco della rivoluzione internazionale del 1848 ed a partire dalla ideologizzazione della sua teoria, si prevedeva per la fine del secolo l’impossibilità della riproduzione del sistema capitalistico.
In accordo con questa teoria, gli organi sovrani della lotta di classe e della rivoluzione socialista erano:
- i sindacati riformisti
- i partiti riformisti agli ordini dei sindacati, che applicavano in loro nome una pratica politica di partecipazione al parlamento borghese.
In realtà il riformismo (partiti e sindacati), servì solamente a rinforzare l’esistenza del sistema. All’inizio del secolo si poteva costatare che il capitalismo si riproduceva contro la previsione dei teorici del movimento operaio e che, di conseguenza:
- il riformismo era totalmente incapace di eliminare il sistema con il solo mezzo dell’evoluzione del problema della sua riproduzione. (Crisi del sistema capitalistico: Belgio 1904, Russia 1917, Germania 1918-19, teorizzazione dello sciopero selvaggio della sinistra tedesca, scoppio della guerra imperialistica 1918-19, Ungheria 1919, Italia 1920, fascismo, crisi del 1929).
- Diventava chiaro che, né i partiti parlamentari, né i sindacati riformisti erano gli organi della rivoluzione, ma piuttosto quelli della contro-rivoluzione del Capitale. (germania 1919, Ungheria 1919, Russia 1921, ecc…).
La rivoluzione socialista, impedita solamente dai partiti socialisti parlamentari e dai sindacati, si vede imposta, con o senza riproduzione di capitale, una pratica antiriformista, cioè seguace nella sua tattica dell’antiparlamentarismo e dell’organizzazione di classe. (Sindacalismo rivoluzionario, barricate, lotta armata, Consigli Operai).
Le sue frazioni più avanzate organizzano compiti rivoluzionari concreti sia nelle fabbriche che nei quartieri: lotta contro la CNS, critica delle Commisioni Operaie burocratiche e riformiste, del PCE e dei gruppuscoli, situandoli sullo stesso piano degli attuali gestori del Capitale (la borghesia). E’ con l’autorganizzazione nei luoghi di lavoro (per mezzo dei comitati di fabbrica e di quartiere) ed attraverso il coordinamento e la generalizzazione della lotta, l’affermazione della lotta di classe dal punto di vista comunista, che la lotta rivoluzionaria della classe operaia si consolida.
La pratica del MIL, è legata allo sviluppo del movimento comunista, e ne fa parte.
E’ per far questo che esso si propone di criticare tutte le mistificazioni.
La società attuale possiede le sue leggi, la sua giustizia, i suoi gendarmi, i suoi giudici, i suoi tribunali, le sue prigioni, i suoi crimini, la sua “normalità”.
Appaiano allora una serie di organismi politici (partiti e sindacati riformisti ed extraparlamentari) che fingono di contestare questa situazione, mentre in realtà non fanno altro che consolidare la società attuale.
La giustizia di piazza non è altro che denunciare ed attaccare ogni mistificazione di questa società. Il risultato di questa coerenza critica nell’azione, porta di fatto alle estreme conseguenze di una critica unitaria nel mondo, tramite la costituzione di associazioni di rivoluzionari in posti particolari o dappertutto.
Per critica unitaria si intende la critica globale di tutte le zone geografiche in cui sono instaurate le diverse forme di potere separato, come anche una critica di tutti gli aspetti della vita.
Non è tanto l’autogestione del mondo attuale da parte delle masse, quanto la sua trasformazione initerotta, la decolonizzazione totale della vita quotidiana, la critica radicale dell’economia politica, la distruzione e l’abolizione totale della merce e del lavoro salariato.
Dopo le ultime conseguenze della crisi mondiale, (fascismo, crack del 1929, guerra interimperialista del 1939-45, ricostruzione del dopoguerra che rende possibile una nuova rinascita del capitale, accompagnata però da crisi intermittenti fino alla crisi successiva alla riproduzione del capitale) dopo la riduzione degli obiettivi di lotta anticapitalista a quelli di lotta antifascista, si poneva di nuovo solamente la necessità dell’antimperialismo e delle organizzazioni di classe, ma di passare così dagli obiettivi puramente antifascisti agli obiettivi del movimento comunista, che nella sua fase di riflusso è quello del movimento sociale internazionale.
Per questo, possiamo dire che dopo la fine degli anni 60, la rivoluzione sociale si impone e si vede risorgere in diversi momenti.
Maggio 1968 francese ed i grandi scioperi in Italia nel 1969, nei quali i sindacati vengono scavalcati;
In Belgio i minatori di Lindbourg nel 1969 attaccano violentemente i sindacati nel corso di uno sciopero senza precedenti.
Ondata di scioperi in Polonia nel 1970-71, durante i quali i burocrati del P.C. furono attaccati e giudicati.
Parigi 1971, importanti scioperi operai alla Renault e saccheggi al quartiere latino
Ammutinamenti in diverse prigioni USA ed in Italia e Francia nel 1972-73, e sciopero dei minatori e dei portuali che si affrontano con i burocrati sindacali inglesi, rivolte generalizzate dai ghetti americani, giapponesi ecc…
In questo periodo, innumerevoli scioperi sorgevano in Europa ed in America, estendendosi in tutto il mondo.
Su scala mondiale le manifestazioni di riappropriazione del proletariato sulla scienza della violenza di classe si moltiplicavano (assenteismo nelle fabbriche, sabotaggi del processo di produzione, ecc…); in Spagna gli scioperi selvaggi e le manifestazioni di rivolta latente apparivano in tutta la loro forza. Dopo la distruzione fisica e la dispersione della teoria del proletariato, da parte del capitalismo internazionale, dopo la guerra civile, (1936-39) la combattività della classe operaia non era mai stata così potente.
1962-1965: creazione delle Commissioni Operaie C.O., dopo scioperi selvaggi nelle miniere delle Asturie, attacco al commissariato di Miérés, scioperi nei trasporti e nel settore metallurgico a Barcellona.
1966-1968: entrismo di tutti i partiti e di tutte le organizzazioni tradizionali nelle C.O. tentativo di introduzione nelle C.N.S. e, a cominciare da queste, tentativo di dare linea riformista alle C.O.
1968-1970: il maggio francese e l’autunno caldo italiano, con tutti i loro prodotti gruppuscolari, fanno entrare nel movimento operaio spagnolo una certa ideologia, facendogli così perdere una parte della sua forza. Rivalità burocratiche in seno delle C.O., scissioni gruppuscolari.
1971: importanti lotte proletarie in tutta la Spagna: Erandio, Granata, Harry Walzer, SEAT, Ferrol, Vigo, Valles, Sant’Adrias del Besos, ecc…, dove sotto diverse forme, ci si libera da ogni controllo gerarchico della lotta; questo si concretizza in pratica con l’espulsione dei militanti dei gruppuscoli dalle assemblee operaie e con la violenza generalizzata.
Il M.I.L. è il prodotto della storia della lotta di classe di questi ultimi anni.
La sua apparizione è legata a quelle lotte proletarie che hanno demistificato il ruolo dei burocrati riformisti e gruppuscolari, che volevano integrare il movimento operaio al loro programma di partito. Si creano gruppi specifici di appoggio alle lotte ed alle frazioni più radicali del movimento operaio di Barcellona.
E’ ora necessario in ogni momento partecipare alla esperienza proletaria ed appoggiarla materialmente, a livello di agitazione, di propaganda, dalla pratica e della teoria.
Nell’aprile 1970 il M.I.L. sviluppò apertamente una critica di tutte le posizioni riformiste ed extraparlamentari, (vedi il testo “Il movimento operaio a Barcellona”).
Durante lo stesso anno intraprese una critica del dirigismo, dell’extraparlamentarismo, dell’autoritarismo e del leninismo (vedi “La rivoluzione fino alla fine”), che lo portò a rompere con le organizzazioni di base che volevano formare un nucleo di lotta ed appropriarsi delle esperienze condotte in comune, come quelle dell’Harry Walzer, e formare così un altro gruppuscolo.
Il M.I.L. nel suo isolamento politico, e per la sua stessa sopravvivenza politico-militare, fece allora dei compromessi con alcuni gruppi militari, i nazionalisti dell’ETA, per esempio, che in quel momento erano i soli che avevano sviluppato la lotta armata.
Questi compromessi prodotti dall’isolamento lo portarono a dimenticare le sue prospettive precedenti.
NON C’E’ PRATICA COMUNISTA POSSIBILE SENZA LOTTA SISTEMATICA CONTRO I RIFORMISTI E I LORO ALLEATI.
E nello stesso tempo, non ci sono azioni efficaci contro di esse senza la comprensione della loro funzione controrivoluzionaria.
Fino ad oggi, tutte le strategie rivoluzionarie hanno tentato di sfruttare le difficoltà incontrate dalla borghesia nella sua gestione del capitale. Se le borghesie erano forti, si condannavano alla miseria. Oggi il proletariato ne ha abbastanza di questa strategia, ed impone la sua: LA DISTRUZIONE DEL CAPITALE E L’AUTONEGAZIONE COME CLASSE.
Esso attacca il capitale in tutte le sue manifestazioni di sfruttamento, inquadramento, autoritarismo, produzione del plus-valore, ecc…
La sola forma di azione possibile è la violenza rivoluzionaria che si esprime attraverso i fatti. Una tale associazione rifiuta in se stessa ogni riproduzione delle condizioni gerarchiche del mondo dominante.
La critica delle ideologie rivoluzionarie non è altro che lo smascheramento dei nuovi specialisti della rivoluzione, delle nuove teorie al di sopra del proletariato.
L’extraparlamentarismo non è altro che l’estrema sinistra del programma del capitale. La sua morale rivoluzionaria, il suo volontarismo, il suo militarismo, non sono che i prodotti di questa situazione.
Essi tentano di controllare e di dirigere la lotta di classe operaia; così ogni azione che non porta ad una critica e ad un rifiuto del capitalismo, ne resta al di dentro e viene recuperata.
Oggi parlare di militantismo tra la classe operaia e praticarlo, vuol dire evitare il passaggio al comunismo; parlare di azione armata e di preparazione all’insurrezione è lo stesso: è allora inutile parlare di organizzazione politico-militare.
Tali organizzazioni non sono altro che dei rackets politici.
Per tutte queste ragioni il M.I.L. si autodissolve come organizzazione politico-militare ed i suoi membri si dispongono ad assumere l’approfondimento delle prospettive comuniste del movimento sociale.
La lotta armata ed il sabotaggio sono armi attualmente utilizzabili da tutti i rivoluzionari.
Attaccare il regime militare spagnolo ed i suoi fedeli difensori - sia di destra che di sinistra - è la parola d’ordine attuale dei G.A.C. (Gruppi autonomi di combattimento), che hanno rotto con tutto il vecchio movimento operaio e che si assegnano dei compiti ben precisi.
L’organizzazione è l’organizzazione dei compiti, per questo è necessario che i gruppi si coordino per l’azione.
A partire da queste considerazioni, l’organizzazione, la politica, il militantismo, il moralismo, i martiri, le sigle, la nostra stessa etichetta, fanno parte del vecchio mondo.
Cosa ogni individuo prenderà le sue responsabilità nella lotta rivoluzionaria.
Gli individui non si auto-dissolvono: è l’organizzazione politico-militare M.I.L. che si autodiscioglie ed in questo passaggio lasceremo definitivamente la preistoria della lotta di classe.
M.I.L.-Conclusioni definitive del congresso
Agosto 1973
I gruppi autonomi prendono la parola
Dopo le varie incarcerazioni in Francia e in Spagna di membri dei Gruppi Autonomi alcune buone anime “rivoluzionarie” ci hanno giudicato, prima che lo Stato lo facesse da sé. Disprezziamo i teorici senza modo d’uso, che criticano la nostra pratica, ma evitano di averne una loro, che sono incapaci di portar avanti alcunché, di compromettersi, ecc..
Tutti quelli che ci trattano come pazzi “attivisti” irresponsabili, per meglio giustificare la loro passività.
“pazzi”, “attivisti”, “irresponsabili”,…
Se siamo “pazzi”, la nostra pazzia non è dolce, è la pazzia di voler vivere, di rifiutare di sottometterci al lavoro salariato, di rompere il cerchio della banalità, di utilizzare tutte le possibilità per trovare noi stessi, di aprirci e riunirci per meglio affermare l’autonomia dei nostri desideri insoddisfatti dal Capitale.
Se siamo “attivisti”, il nostro attivismo è il piacere del gioco sovversivo, il piacere di liberare il nostro Io, di superare la paura istituzionalizzata, di smuovere i limiti delle nostro possibilità.
Si tratta in definitiva, di dotarci dei mezzi necessari alla nostra lotta attraverso le espropriazioni. – armate o senza armi -, la falsificazione di assegni, ecc…, per dotarci di un’infrastruttura necessaria (alloggi, soldi, rifugi, armi, documenti falsi, ecc…) e soddisfare i nostri desideri, sfuggendo il più possibile all’imposizione del lavoro salariato e al suo codazzo di miseria generalizzata.
Se siamo “irresponsabili”, la nostra irresponsabilità disturba l’ordine stabilito e ci cerca di prenderne il posto. Una bomba, un coktail “molotov” ben piazzato, disturbo dei mezzi di informazione al momento opportuno, ottengono più effetti pratici e positivi di qualunque opuscolo o discorso radicale.
Conosciamo le obiezioni fatte alle nostre azioni: sono spettacolari, terroristiche, recuperabili, nascondono la lotta dei lavoratori, permettendo allo Stato di violare le sue stesse leggi, di rafforzare il proprio potere e di accentuare la repressione.
Non ci interessa lo spettacolo!
NON vogliamo apparire come un’organizzazione di specialisti, con la sua gerarchia, i suoi portavoce e le sue sigle. Sappiamo che lo Stato non può polarizzare l’attenzione dei proletari su una fittizia opposizione destra-sinistra; ha bisogno di un’organizzazione definita “terrorista” per rappresentare questo stesso “ruolo”. Questo Stato non ha bisogno del nostro pretesto per esercitare il suo terrorismo quotidiano: terrorismo poliziesco contro manifestazioni e scioperanti, terrorismo delle polizie padronali, terrorismo dello sfruttamento generalizzato…
Lavoratori e antilavoratori
Le nostre azioni non cercano di imporre ai proletari di autodifendersi combattendo la propria alienazione fuori dal campo politico e sindacale (scioperi selvaggi, assemblee generali sovrane, ecc…). I proletari non hanno bisogno dei rivoluzionari; quando questi interverranno, devono farlo innanzitutto nel terreno che avranno scelto. Inseriti in questo terreno i compagni che lavorano, in modo temporaneo o tattico, per giustificare un salario nell’attesa di ottenere il sussidio di disoccupazione, devono di fatto intervenire in queste lotte. Gli altri, noi, che rifiutiamo categoricamente di sottometterci al lavoro salariato, apportiamo loro solo un appoggio tattico. Non esiste alcun legame di sottomissione degli uni agli altri, dato che il culto del lavoratore è altrettanto nefasto di quello dell’antilavoratore che sfugge a tutte le imposizioni.
Le nostre azioni non sono le uniche opposizioni reali e totali al Potere. Sono anzi limitate, puntuali e soggettive (risposte agli assassini di compagni nelle carceri, nelle strade e nei luoghi di lavoro). Talvolta sono coordinate su alcuni punti di intervento precisi e concreti (nucleare, movimento dei carcerati, contro il lavoro salariato…).
Possiamo o no rivendicarle secondo la nostra convenienza. Talvolta il non rivendicare alcune di esse (attentati, espropriazioni…) fa si che alcune organizzazioni o gruppuscoli se ne appropriano per darsi l’illusione di una potenza che non hanno e farsi riconoscere come i più efficaci nella loro competizione contro lo Stato. Strategia di pseudo abbondanza semplicemente pubblicitaria, che fa si che i loro militanti detenuti e martiri rivendichino qualunque azione dia l’impressione di essere i migliori difensori della classe operaia. Sono le conseguenze delle speculazioni avanguardiste, la pretesa di credersi i portatori della coscienza rivoluzionaria. Non vogliamo neppure accettare la confusione tra noi e queste organizzazioni; allo stesso modo e in quanto internazionalisti, non la accettiamo tra noi e le organizzazioni portatrici di ideologie nazionaliste (IRA, ETA) o terzomondiste (RAF).
Non ammettiamo gli ammiratori, né i professionisti della “solidarietà”, che approvano in modo sistematico tutte le nostre azioni, limitandosi ad affermare la propria radicalità in manifestazioni, assemblee o riunioni, senza osare arrischiarsi nelle lotte e nelle loro conseguenze.
Posizione comoda che permette loro di compensare la propria alienazione con un attivismo militante, senza dover agire, prendere iniziative e dar prova di determinazione…
Sono tutti coloro che (per l’incapacità di trovare uno sbocco attivo al proprio radicalismo verbale, di percepire qualcosa di nuovo nella nostra prassi, di rendere concreta ed utilizzabile la loro critica del sinistrismo e del riformismo, senza uscire dalla loro alienzazione…), vogliono fare dell’autonomia la nuova ideologia alla moda.
Noi preferiamo non avere a che fare con loro né lasciare che parlino in nostro nome.
Pratica antigerarchica ed egualitaria
Questa posizione non è elitaria; quello che facciamo, chiunque potrebbe farlo e, se qualcuno, spinto dalle imposizioni sociali, decide di iniziare la sua lotta, allora ci incontreremo, gli comunicheremo le nostre esperienze, gli spiegheremo i nostri errori e i nostri successi, non gli negheremo nessuno dei nostri mezzi.
La sua pratica dovrà essere anti-gerarchica ed egualitaria. Questa regola limita attualmente il nostro numero, porta talvolta a scissioni, ma impedisce la delega di potere, permette una certa coerenza del nostro progetto rivoluzionario e rende più difficili le infiltrazioni, garantendoci un dinamismo che alcune organizzazioni, numericamente maggiori, ci potrebbero invidiare.
Il proletariato sottomesso al lavoro salariato dove ormai porsi, al più presto, il problema della lotta armata, non può delegare questo compito a gruppi specialistici (noi compresi); la situazione sociale attuale in Spagna lo esige. Quel che hanno fatto i proletari della SEAT (ex ERAT) occorre capovolgerlo: invece di dividere il denaro, prodotto delle espropriazioni per aiutare i disoccupati, avrebbero dovuto creare le condizioni necessarie affinché le espropriazioni fossero fatte da altri proletari a rotazione ed in modo sempre più esteso, favorendo così la creazione di nuovi nuclei di lotta armata all’interno delle fabbriche. Dato il loro isolamento, non poterono giungere ad estendere il loro processo di lotta; malgrado ciò, hanno dimostrato di possedere una vasta coscienza rivoluzionaria indicando così i veri compiti che il proletariato deve assumersi.
Noi gruppi autonomi, in quanto frazione armata del proletariato radicalizzato, avendo rifiutato il lavoro salariato possiamo portare solo un primo aiuto per la creazione di gruppi armati nei luoghi di lavoro o fuori di essi; in seguito dovranno essere i diretti interessati a dimostrare la propria capacità di affermare la propria autonomia.
E’ l’unico modo di non creare bracci armati per la difesa dei proletari. La strategia della Federazione Anarchica Iberica durante la rivoluzione spagnola non è più valida, attualmente i proletari devono prendere in mano la realizzazione dei loro desideri, quando la situazione lo esiga, armati o no, ma sempre da se stessi.
I nostri compiti attuali sono rispondere alla repressione e indicare punti di intervento concreti. Da soli siamo capaci di scontrarci con lo Stato; questi compiti dovranno essere presi in mano da tutto il proletariato.
Abolizione del lavoro salariato!
Per una società senza classi
Comunicato dei gruppi autonomi
Gennaio 1979-Spagna