IL FALSO PRINCIPIO DELLA NOSTRA EDUCAZIONE di MAX STIRNER
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DELLA MISERIA DELL'AMBIENTE STUDENTESCO
da parte dei membri dell’Internazionale Situazionista e degli studenti di Strasburgo
DOSSIER L’aperto. l’uomo e l’animale
RECENSIONE: Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale,
In apertura gioverà esporsi all’incalzare delle domande: si tratta di comprendere l’enigma della antropogenesi attraverso l’articolazione di una logica della disgiunzione originaria tra vivente (animale) e parlante (uomo), tra natura e storia. Che cos’è ciò che siamo soliti chiamare uomo? In che cosa consiste la differenza tra animale ed essere umano? Siamo in grado noi oggi di identificare tale differenza, di designare senza equivoci il luogo proprio dell’uomo, la dimensione propria dell’essere umano? E in che modo la tradizione metafisica ha inteso venire a capo di questo problema? Come funzionano le “macchine antropologiche” costruite dalla metafisica e dalla scienza occidentali? Quali indicazioni ed eventuali risposte possiamo trarre dal pensatore che forse con maggiore radicalità ha distrutto i pre-giudizi umanistico-antropologici, e cioè Martin Heidegger ? (Continua)
dossier Homo Sacer
Come restituire la politica al suo rango ontologico.
Per una lettura di Homo sacer di Giorgio Agamben
1. ONTOLOGIA E POLITICA.
Nel contesto della produzione filosofica di Giorgio Agamben, il libro pubblicato da Einaudi nel 1995 con il titolo Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita segna non tanto un punto d’arrivo, quanto piuttosto l’avvenuta inaugurazione di una nuova prospettiva di ricerca incentrata sulla ripresa e, in certo modo, la “reinvenzione” della nozione foucaultiana di biopolitica. Il testo in questione costituisce il primo capitolo di una ricerca tuttora in corso, la cui complessità è testimoniata dalle pubblicazioni più recenti, tutte edite da Bollati Boringhieri: Mezzi senza fine. Note sulle politica (1996), Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone (1998), Il tempo che resta. Un commento alla “Lettera ai Romani” (2000), e il recentissimo L’aperto. L’uomo e l’animale (2002).
In Homo sacer (d’ora in poi HS) Agamben ci invita a ripensare il problema del rapporto tra ontologia e politica: solo sulla base di una effettiva “restituzione della politica al suo rango ontologico” potremo comprendere il senso (la provenienza e – in prospettiva – la destinazione) di quella “costituzione politica del presente” che chiamiamo biopolitica.
Già nel modo di impostare la questione, l’approccio di Agamben alla biopolitica si discosta da quello di Foucault: mentre quest’ultimo privilegia le fratture e le discontinuità nella sua ricognizione genealogica dei dispositivi di sapere/potere e quindi di soggettivazione, il fondamentale contributo di Agamben consiste nel mettere in luce la sotterranea continuità della tradizione metafisica e politica occidentale. “Prima di emergere impetuosamente alla luce del nostro secolo, il fiume della biopolitica, che trascina con sé la vita dell’homo sacer, scorre in modo sotterraneo, ma continuo” (HS 133).
Già nel 1962, in un libretto intitolato Les origines de la pensée grecque, Jean-Pierre Vernant articolava un discorso originale intorno alla relazione tra politica e ontologia. Egli muoveva dalla politica per comprendere la nascita della filosofia. Agamben ha compiuto in certo modo il tragitto inverso: dalla decostruzione della metafisica [1] alla comprensione della “struttura originaria” della politica occidentale.
La tradizione ontologica e la tradizione politica che delimitano lo spazio (incessantamente dislocantesi e in costante deterritorializzazione) dell’Occidente vengono ricondotte da Agamben a due fenomeni originari, o meglio a due pratiche di scrittura complementari, accomunate dalla stessa logica (la logica del “fondamento negativo” o della negatività del fondamento, che è poi la violenza del fondamento):
- l’iscrizione del vivente nell’ordine del lógos (si pensi alla determinazione aristotelica dell’uomo come “il vivente che ha il linguaggio”);
- l’iscrizione del vivente nell’ordine del nómos (si pensi alla determinazione aristotelica dell’uomo come “vivente politico”).
Il problema politico fondamentale (qual è il nesso/articolazione tra nuda vita e polis?) corrisponde al problema ontologico fondamentale (qual è il nesso/articolazione tra phoné e logos?). Il problema dell’aver luogo della polis è inscindibile dal problema dell’aver luogo del linguaggio. I due problemi, quello ontologico e quello politico, sono indisgiungibili. Si tratta di due pratiche, di due dispositivi accomunati dalla stessa logica: la logica paradossale e aporetica dell’esclusione inclusiva (dell’eccezione in quanto bando), a cui è dedicata non a caso la prima parte di Homo sacer.
Il discorso svolto da Agamben in Homo sacer si sviluppa a partire da una domanda implicita che potremmo formulare in questo modo: è possibile interpretare la politica in base alla stessa “struttura originaria” della metafisica già analizzata e finemente decostruita in ricerche precedenti? Troviamo gli elementi per una risposta proprio nelle pagine che concludono Homo sacer: “L’isolamento della sfera dell’essere puro, che costituisce la prestazione fondamentale della metafisica dell’occidente, non è senza analogie con l’isolamento della nuda vita nell’ambito della sua politica” (HS 203).
Esiste quindi una sorta di segreta solidarietà strutturale tra ontologia e politica.
Ne consegue che una lettura filosoficamente avveduta di Homo sacer dovrebbe tenere ben presente che la genealogia della politica viene svolta da Agamben alla luce di una preliminare e radicale Destruktion della metafisica, sviluppata per altro attraverso un’originale interpretazione dell’Assoluto hegeliano e dell’Ereignis heideggeriano.
Dovendo esplicitare il problema di fondo della sua ricerca Agamben scrive nella prefazione del 1989 all’edizione francese di Infanzia e storia, intitolata Experimentum linguae: “Nei libri scritti e in quelli non scritti, io non ho voluto pensare ostinatamente che una cosa sola: che significa “vi è linguaggio”, che significa “io parlo”?” [2] . In altre parole: “In che senso l’uomo è il vivente che ha il linguaggio, che ha la facoltà di parlare? Qual è il rapporto tra phoné e lógos? E se qualcosa come una voce umana non c’è, in che senso l’uomo può ancora essere definito come il vivente che ha il linguaggio?”. Agamben chiarisce ulteriormente il senso di questi interrogativi nella sua densa introduzione alla tesi di laurea di Manganelli: “L’ingresso nel linguaggio (nella scrittura) non è, infatti, un gesto neutrale, ma introduce nel soggetto un principio di divisione infinita, da cui non c’è riparo né via d’uscita. Tu scrivi, tu parli: quindi sei diviso da te stesso, sei impegnato in un’affannosa contesa politica con te stesso” [3] (p. 17). (Continua)
Glosse a Stato di eccezione di Giorgio Agamben
(rielaborazione di una relazione seminariale; la sigla SE seguita dal
numero di pagina rinvia a G. Agamben, Stato di eccezione, Bollati
Boringhieri, Torino, 2003)
Situazione
L'antica dimora
del diritto è fragile e, nella sua tensione verso il mantenimento del
proprio ordine, sempre già in atto di rovinare e corrompersi” (SE 110).
“Che cos’è una prassi umana integralmente consegnata a un
vuoto giuridico? È come se, di fronte all’aprirsi di uno spazio
integralmente anomico per l’azione umana, tanto gli antichi che i
moderni retrocedessero intimoriti” (SE 64).
(Continua)
La violenza tra diritto e giustizia. Accompagnamento alla lettura di Zur Kritik der Gewalt di Walter Benjamin
per esprimermi in una formula molto sintetica: non sono mai riuscito a
studiare e a pensare altrimenti che in un senso che potrei definire
teologico – ossia in conformità con la dottrina talmudica dei
quarantanove livelli di significato di ogni passo della Torah. Orbene,
l’esperienza mi insegna che la più logora delle banalità comuniste ha
più gerarchie di significato che l’odierna profondità borghese, che ha
sempre soltanto quello dell’apologetica.
(W. Benjamin)
L’aver esposto senza riserve il nesso irriducibile che unisce violenza
e diritto fa della Critica benjaminiana la premessa necessaria, e ancor
oggi insuperata, di ogni ricerca sulla sovranità.
(G. Agamben)
In realtà non vi è un solo attimo che non rechi con sé la propria
chance rivoluzionaria – essa richiede soltanto di essere intesa come
una chance specifica, ossia come chance di una soluzione del tutto
nuova, prescritta da un compito del tutto nuovo.
(W. Benjamin)
Osservazioni preliminari
Avvertenza: quel che segue è la rielaborazione di una relazione seminariale. Testi di riferimento:
W. Benjamin, Per la critica della violenza, in Angelus Novus, a c. di
R. Solmi, Einaudi, Torino, 1995, pp. 5-30 (ci si è attenuti comunque al
testo originale, adottando spesso scelte di traduzione diverse da
quelle di Solmi).
J. Derrida, Force de loi, Galilée, Paris, 1994 (trad. it., Forza di legge, Bollati Boringhieri, Torino, 2003).
G. Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino, 1995. (Continua)
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Per quel che riguarda il pane la cosa è chiara
per quel che riguarda la pace anche.
Ma la questione cardinale della primavera va risolta a ogni costo
Majak.