Agli erranti

Abbiamo chiesto forza lavoro,

sono arrivati uomini.

Max Frisch

 

Nessuno emigra per piacere — ecco una verità fin troppo semplice che in molti vogliono occultare. Se una persona lascia di buon grado la sua terra e i suoi affetti non la si definisce migrante, ma semplicemente viaggiatore o turista. La migrazione è uno spostamento forzato, un errare alla ricerca di condizioni di vita migliori.

Ci sono attualmente 150 milioni di stranieri nel mondo, a causa di guerre, colpi di Stato, disastri ecologici, carestie o del semplice funzionamento della produzione industriale (distruzione delle campagne e delle foreste, licenziamenti di massa, eccetera). Tutti questi fattori compongono un mosaico d’oppressione e di miseria in cui gli effetti dello sfruttamento si fanno a loro volta cause immediate e remote di sofferenza e di sradicamento, in una spirale infinita che rende ipocrita ogni distinzione fra “sfollati”, “migranti”, “profughi”, “richiedenti asilo”, “rifugiati”, “sopravvissuti”. Basta pensare a quanto siano sociali le cosiddette emergenze ambientali (la carenza di acqua, la desertificazione crescente, la sterilità dei campi): l’esplosione di una raffineria di petrolio, unita alla distruzione di ogni autonomia locale su cui è stata edificata, può talvolta cambiare le sorti di un’intera popolazione.
 (Continua)