Arrestati tre compagni
Nella notte tra il 29 e il 30 Dicembre sono stati fermati dalla polizia
e condotti in questura tre nostri amici e compagni: Fred, Zeno e Ale.
La polizia ha poi perquisito le loro abitazioni intorno alle 6.00 del mattino.
Per ora sono in stato di fermo al carcere di S. Vittore e probabilmente
domani mattina ci sarà l’udienza per la convalida dell’arresto.
Le accuse sono detenzione di materiale esplodente e danneggiamento
aggravato in merito ad un bancomat danneggiato nei pressi dello stadio
di S. Siro.
Seguiranno ulteriori aggiornamenti.
Ma quale galera...... MORTE AI RE!
Addio al re, il Nepal diventa una repubblica
L'assemblea dei parlamentari nepalesi
Ad aprile si riunirà l'Assemblea costituente. E' la fine di una dinastia al potere dal 1768 (Continua)
Torino - 19 gennaio 2008 - Appello Corteo per Rompere il Silenzio!
Viviamo tempi terribili. Tempi segnati dal silenzio e dalla ferocia.
Torino, dove si lavora e si muore come nell’800.
Torino, luci d’artista e sbornia post olimpica, dove si progettano
scintillanti grattacieli e devastanti TAV, dove c’è chi all’una di
notte, quando in cento locali scorre la movida, crepa orrendamente. Il
fatto è che non è solo, il fatto è che tutti i giorni, tutte le ore,
tutti i minuti, c’è chi per vivere rischia di morire, scambiando il
rischio della propria morte con il tozzo di pane che gli permette di
continuare a vivere: e a rischiare di morire. (Continua)
Considerazioni su Vicenza da Torino
*Dal semplice assembramento di forze in un punto determinato, può derivare la possibilità di un combattimento: ma non sempre esso avviene realmente. Deve pertanto questa possibilità considerarsi come una realtà, al pari di un fatto realmente avvenuto? Riteniamo di sì: la realtà è insita nelle conseguenze: le quali, di qualunque natura esse siano, non potranno mai mancare.*
Karl von Clausewitz (Continua)
IL MONDO INDUSTRIALE E I SUOI PRINCÌPI
“Stati di emergenza” e “stati di eccezione” sono divenuti
la regola, guerre e guerre civili sono divenute
la normale forma di esistenza del presente modo di vita.
Karl Korsch
Lo stato di eccezione (o di emergenza) permanente nel quale viviamo esige che la critica sociale riunisca il meglio delle sue intuizioni passate e delle sue attuali ragioni per porre sulla piazza pubblica la necessità di un'autonomia sovversiva contro il mondo industriale e i suoi princìpi. (Continua)
Note su vertici e contro-vertici
L’illusione di un centro
Il capitalismo è un rapporto sociale e non una cittadella di potenti. È partendo da questa banalità che si può affrontare la questione dei vertici e dei contro-vertici. Rappresentare il dominio capitalista e statale come una sorta di quartier generale (si tratti del G8, del WTO o di qualsiasi altro organismo simile) è funzionale a chi vorrebbe opporre a quel centro direttivo un altro centro: le strutture politiche del cosiddetto movimento, o meglio, i loro portavoce. Insomma, è funzionale a chi propone semplicemente un cambio di personale dirigente. Questa logica, oltre ad essere riformista nell’essenza e nelle finalità, risulta collaborazionista e autoritaria nei metodi, in quanto porta a centralizzare la contestazione. Di qui l’interesse, per questi sinistri oppositori così ansiosi di farsi ascoltare dai “padroni della terra”, di investire soldi e battage politico sui vertici in cui sempre più di frequente si danno appuntamento i potenti con le loro comparse. Che nel corso di quei vertici si formalizzino semplicemente decisioni prese altrove non turba certo i vari rappresentanti dei social forum: del resto, anche la loro opposizione è del tutto formale, consistendo per lo più in seminari a pagamento in cui si dimostra che il neoliberismo ha torto e l’umanità ha ragione, oppure, per i più vivaci, in qualche performance combattiva opportunamente concordata con la polizia. D’altronde, come potrebbe essere reale una contestazione sovvenzionata dalle istituzioni, rappresentata da consiglieri comunali e parlamentari, e protetta dagli storici affossatori del movimento operaio (ci riferiamo ai servizi d’ordine affidati alla Cgil in collaborazione con gli sbirri)? Il paradosso è che si chiama la gente in piazza in nome di un altro mondo possibile, nell’intento però che... non succeda assolutamente nulla. Ogni volta che una folla più o meno oceanica si sposta placidamente, sorvegliata a vista, si grida che è una grande vittoria del movimento. Eppure questi pacificatori sociali sanno benissimo che la loro capacità di porsi come interlocutori delle istituzioni non dipende tanto dal numero di persone che portano in piazza (milioni di manifestanti contrari all’ultima aggressione militare contro l’Iraq non hanno gran che impensierito i governi coinvolti nella guerra), bensì dalla forza di mediazione e di repressione che riescono a mettere in pratica – o a giustificare – contro ogni ribellione sociale. Infatti, se si parla tanto di vertici e contro-vertici, se i rappresentanti dei social forum sono accolti ai tavoli delle trattative e lusingati dai mass media, è solo perché, a Seattle per la prima volta e poi in altre occasioni, qualcosa è successo: migliaia di compagni e di giovani poveri hanno attaccato le strutture del capitale e dello Stato, hanno rovesciato i piani polizieschi dell’urbanistica aprendo spazi di comunicazione e si sono scontrati con i servi in divisa. Senza questa minaccia sovversiva – segno, assieme alle tante esplosioni insurrezionali che hanno scosso gli ultimi anni, dell’epoca in cui siamo entrati – i padroni non saprebbero che farsene dei vari Casarini ed Agnoletto. Non è successo forse qualcosa di simile con i sindacati? Ascoltati e foraggiati dal capitale nei periodi di grande conflittualità sociale con lo scopo di dividere, demoralizzare e denunciare i proletari rivoltosi, sono stati messi in soffitta in tempi più recenti; per questo ora sono costretti a far di nuovo la voce grossa contro quegli attacchi padronali da loro stessi giustificati e sanciti. (Continua)
Si fa presto a dire fanatismo
Immaginiamo un ragazzo palestinese nato e cresciuto in un campo di deportati circondato dal filo spinato, la cui famiglia è stata sterminata dall'esercito israeliano (con l'aiuto di quello americano). Non ha mai avuto i sogni che ognuno di noi coltivava quando era bambino: diventare astronauta o giocatore di calcio. Per lui il futuro finisce dove finisce il recinto del suo ghetto, perché la mera sopravvivenza proietta la propria ombra su tutto l'avvenire. E allora egli sogna di diventare 'martire', cioè 'testimone', e vendicare così la propria famiglia, se stesso e la vita che non ha mai vissuto. Si fa saltare in aria con la propria bomba su un autobus di Gerusalemme. Siamo davvero sicuri che faccia tutto ciò per "fanatismo"? (Continua)
RAZZISMO E ANTIRAZZISMO
Quello che passa per antirazzismo è in genere una pura esercitazione retorica. Questa retorica è incapace non solo di attaccare concretamente le pratiche e i rapporti razzisti, ma anche di criticare alla radice la stessa teoria del razzismo Quest'ultima, infatti, da ormai trent'anni ha per lo più abbandonato, vista la loro palese impresentabilità, la nozione di "razza" e il riferimento alla biologia. Parla ormai di etnie e di culture e non afferma la superiorità di alcune sulle altre, ma la loro incommensurabile differenza. In un misto di falso anticapitalismo (con la denuncia dell'immancabile "mondialismo finanziario" distruttore delle tradizioni), di indipendentismo (in nome dell' "autodeterminazione dei popoli") e di separatismo (contro il "meticciato culturale"), si oppone all'immigrazione. Ogni "incrocio" viene visto come impossibile in quanto gli individui non possono sottrarsi alla propria cultura, la quale viene così ad essere un elemento ereditario, naturale. Ogni popolo (sempre sinonimo di "comunità nazionale") deve stare sulla propria terra per conservare la specificità delle proprie tradizioni. L'ideale, per questi nuovi razzisti, è l'apartheid. (Continua)
"SÌ, MA COSA VOLETE IN FONDO?"
Non chiederci la formula
che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba
e secca come un ramo.
Codesto solo oggi
possiamo dirti,
ciò che non siamo
ciò che non vogliamo.
Eugenio Montale (Continua)
LA NAVE DEI FOLLI
C’era una volta una nave comandata da un capitano e dai suoi secondi, così vanitosi della loro abilità di manovra, così pieni di hybris e talmente imbevuti di sé da diventare folli. Fecero rotta verso nord, navigarono così a lungo da incontrare iceberg e pezzi di banchisa, ma continuarono a navigare in quella direzione, in acque sempre più pericolose, al solo scopo di procurarsi occasioni per gesta marinare sempre più brillanti.
Mentre il battello raggiungeva latitudini via via più elevate, i passeggeri e l’equipaggio erano sempre meno a proprio agio. Cominciarono a litigare e a lamentarsi delle proprie condizioni di vita. (Continua)
Né la loro guerra né la loro pace
La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita.
L'inaudito è divenuto quotidiano.
Il soldato resta lontano dai combattimenti.
Il debole è trasferito nelle zone del fuoco.
L'eroe oggi non indossa divise.
Si contraddistingue per la diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all'amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi e l'inosservanza di tutti gli ordini.
"la Bella". Bollettino di comunicazione e sostegno ai prigionieri in lotta contro l'ergastolo
“La Bella”,bollettino di comunicazione e sostegno ai prigionieri in lotta contro l’ergastolo. È scaricabile in allegato in formato PDF, già inpaginato per essere fotocopiato (basta unire il primo foglio con il secondo, il terzo con il quarto e così via...).
Per ulteriori informazioni e per inviare materiale informativo per i prossimi numeri:
agitazione@hotmail.com
“La Bella” c/o cassa di solidarietà, via dei messapi 51, 04100 Latina.
Dichiarazione di Alexandre Marius Jacob davanti ai giudici - 8 marzo 1905
Signori,
Adesso sapete chi sono: un ribelle che vive del ricavato dei suoi furti. Di più. Ho incendiato diversi alberghi e difeso la mia libertà contro l’aggressione degli agenti del potere. Ho messo a nudo tutta la mia esistenza di lotta e la sottometto come un problema alle vostre intelligenze. Non riconoscendo a nessuno il diritto di giudicarmi, non imploro né perdono né indulgenza. Non sollecito ciò che odio e che disprezzo. Siete i più forti, disponete di me come meglio credete. Inviatemi al penitenziario o al patibolo, poco m’importa. Ma prima di separarci, lasciatemi dire un’ultima parola...
(Continua)