Raccolta di comunicati del M.I.L. e di altri gruppi di area autonomo-libertaria degli anni 70 in Spagna

L’agitazione armata

Esigenza tattica del movimento operaio

E’ impossibile alla classe operaia di rinculare in questa strategia, già innescata, di lotta autonoma.

Bisogna andare senza esitazione verso l’autorganizzazione del proletariato, il più rapidamente possibile.

La situazione esige l’adempimento di tutta una serie di tattiche vitali per consolidare la strategia autonoma della lotta di classe.

Ma è evidente che tali tattiche (recupero del materiale, rinforzamento della classe di sostegno, ecc.) non possono essere affidate nelle menai di gruppi militaristi piccolo borghesi, che comportano grossi pericoli di controllo e dirigismo politico.

Bisogna far fronte alla repressione poliziesca con la violenza armata proletaria.

Durante gli ultimi anni, dei gruppi operai si organizzavano spontaneamente nelle lotte, formando gruppi di autodifesa, picchetti di sciopero, con mezzi che corrispondevano alle esigenze del momento, ma in maniera prettamente effimera.

Il ritorno delle lotte, unito all’incremento della repressione, porta all’indispensabile apparizione di numerosi gruppi autonomi di lotta, che praticano delle espropriazioni ed altre azioni violente situandosi in un quadro generale di agitazione armata.

Non si tratta quindi di un fatto gratuito o di una strategia esterna alla classe operaia (come nel caso dei gruppi piccolo borghesi che dirigono la violenza quotidiana della lotta operaia verso il nazionalismo, per esempio).

Si tratta di una esigenza tattica del movimento operaio, che corrisponde alla situazione presente della lotta di classe, con gli stessi obiettivi:

l’autorganizzazione della classe che permetta di giungere al momento insurrezionale. (Continua)

DOSSIER L’aperto. l’uomo e l’animale

RECENSIONE: Giorgio Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale,

 

In apertura gioverà esporsi all’incalzare delle domande: si tratta di comprendere l’enigma della antropogenesi attraverso l’articolazione di una logica della disgiunzione originaria tra vivente (animale) e parlante (uomo), tra natura e storia. Che cos’è ciò che siamo soliti chiamare uomo? In che cosa consiste la differenza tra animale ed essere umano? Siamo in grado noi oggi di identificare tale differenza, di designare senza equivoci il luogo proprio dell’uomo, la dimensione propria dell’essere umano? E in che modo la tradizione metafisica ha inteso venire a capo di questo problema? Come funzionano le “macchine antropologiche” costruite dalla metafisica e dalla scienza occidentali? Quali indicazioni ed eventuali risposte possiamo trarre dal pensatore che forse con maggiore radicalità ha distrutto i pre-giudizi umanistico-antropologici, e cioè Martin Heidegger ?   (Continua)

dossier Homo Sacer

Come restituire la politica al suo rango ontologico.

Per una lettura di Homo sacer di Giorgio Agamben

 

 

1. ONTOLOGIA E POLITICA.

Nel contesto della produzione filosofica di Giorgio Agamben, il libro pubblicato da Einaudi nel 1995 con il titolo Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita segna non tanto un punto d’arrivo, quanto piuttosto l’avvenuta inaugurazione di una nuova prospettiva di ricerca incentrata sulla ripresa e, in certo modo, la “reinvenzione” della nozione foucaultiana di biopolitica. Il testo in questione costituisce il primo capitolo di una ricerca tuttora in corso, la cui complessità è testimoniata dalle pubblicazioni più recenti, tutte edite da Bollati Boringhieri: Mezzi senza fine. Note sulle politica (1996), Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone (1998), Il tempo che resta. Un commento alla “Lettera ai Romani” (2000), e il recentissimo L’aperto. L’uomo e l’animale (2002).

In Homo sacer (d’ora in poi HS) Agamben ci invita a ripensare il problema del rapporto tra ontologia e politica: solo sulla base di una effettiva “restituzione della politica al suo rango ontologico” potremo comprendere il senso (la provenienza e – in prospettiva – la destinazione) di quella “costituzione politica del presente” che chiamiamo biopolitica.

Già nel modo di impostare la questione, l’approccio di Agamben alla biopolitica si discosta da quello di  Foucault: mentre quest’ultimo privilegia le fratture e le discontinuità nella sua ricognizione genealogica dei dispositivi di sapere/potere e quindi di soggettivazione, il fondamentale contributo di Agamben consiste nel mettere in luce la sotterranea continuità della tradizione metafisica e politica occidentale. “Prima di emergere impetuosamente alla luce del nostro secolo, il fiume della biopolitica, che trascina con sé la vita dell’homo sacer, scorre in modo sotterraneo, ma continuo” (HS 133).

Già nel 1962, in un libretto intitolato Les origines de la pensée grecque, Jean-Pierre Vernant articolava un discorso originale intorno alla relazione tra politica e ontologia. Egli  muoveva dalla politica per comprendere la nascita della filosofia. Agamben ha compiuto in certo modo il tragitto inverso: dalla decostruzione della metafisica [1] alla comprensione della “struttura originaria” della politica occidentale.

La tradizione ontologica e la tradizione politica che delimitano lo spazio (incessantamente dislocantesi e in costante deterritorializzazione) dell’Occidente vengono ricondotte da Agamben a due fenomeni originari, o meglio a due pratiche di scrittura complementari, accomunate dalla stessa logica (la logica del “fondamento negativo” o della negatività del fondamento, che è poi la violenza del fondamento):

-          l’iscrizione del vivente nell’ordine del lógos (si pensi alla determinazione aristotelica dell’uomo come “il vivente che ha il linguaggio”);

-          l’iscrizione del vivente nell’ordine del nómos (si pensi alla determinazione aristotelica dell’uomo come “vivente politico”).

Il problema politico fondamentale (qual è il nesso/articolazione tra nuda vita e polis?) corrisponde al problema ontologico fondamentale (qual è il nesso/articolazione tra phoné e logos?). Il problema dell’aver luogo della polis è inscindibile dal problema dell’aver luogo del linguaggio. I due problemi, quello ontologico e quello politico, sono indisgiungibili. Si tratta di due pratiche, di due dispositivi accomunati dalla stessa logica: la logica paradossale e aporetica dell’esclusione inclusiva (dell’eccezione in quanto bando), a cui è dedicata non a caso la prima parte di Homo sacer.

 

Il discorso svolto da Agamben in Homo sacer si sviluppa a partire da una domanda implicita che potremmo formulare in questo modo: è possibile interpretare la politica in base alla stessa “struttura originaria” della metafisica già analizzata e finemente decostruita  in ricerche precedenti? Troviamo gli elementi per una risposta proprio nelle pagine che concludono Homo sacer: “L’isolamento della sfera dell’essere puro, che costituisce la prestazione fondamentale della metafisica dell’occidente, non è senza analogie con l’isolamento della nuda vita nell’ambito della sua politica” (HS 203).

Esiste quindi una sorta di segreta solidarietà strutturale tra ontologia e politica.

Ne consegue che una lettura filosoficamente avveduta di Homo sacer dovrebbe tenere ben presente che la genealogia della politica viene svolta da Agamben alla luce di una preliminare e radicale Destruktion della metafisica, sviluppata per altro attraverso un’originale interpretazione dell’Assoluto hegeliano e dell’Ereignis heideggeriano.

Dovendo esplicitare il problema di fondo della sua ricerca Agamben scrive nella prefazione del 1989 all’edizione francese di Infanzia e storia, intitolata Experimentum linguae: “Nei libri scritti e in quelli non scritti, io non ho voluto pensare ostinatamente che una cosa sola: che significa “vi è linguaggio”, che significa “io parlo”?” [2] . In altre parole: “In che senso l’uomo è il vivente che ha il linguaggio, che ha la facoltà di parlare? Qual è il rapporto tra phoné e lógos? E se qualcosa come una voce umana non c’è, in che senso l’uomo può ancora essere definito come il vivente che ha il linguaggio?”. Agamben chiarisce ulteriormente il senso di questi interrogativi nella sua densa introduzione alla tesi di laurea di Manganelli: “L’ingresso nel linguaggio (nella scrittura) non è, infatti, un gesto neutrale, ma introduce nel soggetto un principio di divisione infinita, da cui non c’è riparo né via d’uscita. Tu scrivi, tu parli: quindi sei diviso da te stesso, sei impegnato in un’affannosa contesa politica con te stesso” [3] (p. 17).       (Continua)

Glosse a Stato di eccezione di Giorgio Agamben

(rielaborazione di una relazione seminariale; la sigla SE seguita dal numero di pagina rinvia a G. Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino, 2003)

Situazione
L'antica dimora del diritto è fragile e, nella sua tensione verso il mantenimento del proprio ordine, sempre già in atto di rovinare e corrompersi” (SE 110).

“Che cos’è una prassi umana integralmente consegnata a un vuoto giuridico? È come se, di fronte all’aprirsi di uno spazio integralmente anomico per l’azione umana, tanto gli antichi che i moderni retrocedessero intimoriti” (SE 64).
 (Continua)

La violenza tra diritto e giustizia. Accompagnamento alla lettura di Zur Kritik der Gewalt di Walter Benjamin

per esprimermi in una formula molto sintetica: non sono mai riuscito a studiare e a pensare altrimenti che in un senso che potrei definire teologico – ossia in conformità con la dottrina talmudica dei quarantanove livelli di significato di ogni passo della Torah. Orbene, l’esperienza mi insegna che la più logora delle banalità comuniste ha più gerarchie di significato che l’odierna profondità borghese, che ha sempre soltanto quello dell’apologetica.

(W. Benjamin)

L’aver esposto senza riserve il nesso irriducibile che unisce violenza e diritto fa della Critica benjaminiana la premessa necessaria, e ancor oggi insuperata, di ogni ricerca sulla sovranità.

(G. Agamben)

In realtà non vi è un solo attimo che non rechi con sé la propria chance rivoluzionaria – essa richiede soltanto di essere intesa come una chance specifica, ossia come chance di una soluzione del tutto nuova, prescritta da un compito del tutto nuovo.

(W. Benjamin)

Osservazioni preliminari
Avvertenza: quel che segue è la rielaborazione di una relazione seminariale. Testi di riferimento:

W. Benjamin, Per la critica della violenza, in Angelus Novus, a c. di R. Solmi, Einaudi, Torino, 1995, pp. 5-30 (ci si è attenuti comunque al testo originale, adottando spesso scelte di traduzione diverse da quelle di Solmi).

J. Derrida, Force de loi, Galilée, Paris, 1994 (trad. it., Forza di legge, Bollati Boringhieri, Torino, 2003).

G. Agamben, Homo sacer, Einaudi, Torino, 1995.   (Continua)

1 DICEMBRE CON GLI ERGASTOLANI IN LOTTA

  

Ci siamo! La data del 1° dicembre dell’inizio dello sciopero della fame per l’abolizione dell’ergastolo è vicina.

Digiuniamo, e alcuni di noi lo faranno a oltranza, perchè l’ergastolo non funziona, non è un deterrente, alimenta il male ed è ingiusto. Se in un paese c’è troppo crimine spesso non è colpa del criminale ma nella maggioranza dei casi è colpa dello Stato. Il momento non è dei più propizi: cresce la richiesta di lotta alla criminalità confusa con migranti e poveri ma che abbiamo da perdere? È ovvio che non otterremo un granchè ma gli uomini e donne che combattono e lotano vincono sempre anche quando perdono. L’ergastolano può perdere la speranza, molti l’hanno già persa, ma alcuni non perderanno mai la forza di lotare. Fra gli ergastolani in questo periodo tira un’aria diversa, non siamo più complici silenziosi e supini dei nostri guardiani. Molti di noi sono dentro, senza mai uscire, da 20/30 anni: il tempo passa, i primi anni di carcere non ci fai molto caso, continui a pensare che tanto c’è sempre tempo, ma ora ci siamo svegliati perchè abbiamo visto che di tempo non nè abbiamo più. Vogliamo realizzare da soli, con le nostre forze, le nostre speranze e per questo alcuni di noi sono disposti a morire di fame. La lotta mantiene giovani e vivi, siamo stanchi di invecchiare senza fare nulla, vogliamo semplicemente sapere quando finiremo la nostra pena. Anche noi siamo per la certezza della pena ma non ci fermiamo solo qui siamo anche per la certezza della fine pena. Anche noi ergastolani vogliamo un calendario nella cella per segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano. Non si può essere responsabili per sempre: qualsiasi cosa dovrebbe avere un inizio e una fine. La legge viene dal greco nomos: distribuire, ordinare e misurare, ma come si fa a misurare l’ergastolo? L’ergastolo non ha nessuna funzione, è la vendetta dei forti, dei vincitori, della moltitudine. Probabilmente la maggioranza politica e quella del paese è contraria all’abolizione dell’ergastolo ma la storia è piena di maggioranze che sbagliano. Essere in molti non significa di per se che si abbia ragione. Gli ergastolani hanno pensato: che se continuano a non fare nulla, se continuano solo a mangiare non avranno mai un domani. Gli ergastolani hanno penato: che non sanno più chi sono, dove sono nè dove vanno, non hanno nessun domani, hanno solo un passato che non passa e corrono con la morte per la morte. Gli ergastolani hanno scritto:
-adesso davanti a noi abbiamo la prova più difficile, voglia il diavolo che l’impegno e le soffeenze che ci aspettano vengano in qualche modo ripagate. Ti immagini se tutti gli ergastolani sciopereranno insieme a noi a oltranza che casino scoppierebbe in questo sporco paese! Maledette zucche vuote, questa è un’occasione più unica che rara per ottenere qualcosa di concreto e molti invece pensano alla loro inutile integrità fisica. Eppure, visti i tempi che corrono è facile prevedere che con questo sistema le probabilità maggiori che abbiamo sono quelle di uscire da un loculo di ferro e cemento per entrare subito dopo in uno di legno.

-la speranza per gli ergastolani non esiste, la speranza per noi è la lotta.

-pensa, se ci va bene e muoriamo di fame, t’immagini come si incazzano gli altri detenuti che ci vedono uscire prima di loro. In bocca al lupo a tutti.

-chi ha commesso un reato non deve soffocare troppo tempo nel fango di una prigione dove con il passare del tempo non
ha più la forza di alzarsi in piedi.

Gabriel Pombo da Silva scrive: -...Bisogna fare quello che si deve fare: con coraggio, sentimenti, con la testa... se oggi non iniziamo a vivere quello che la nostra coscienza ed i nostri cuori ci dicono, quando lo faremo? Se oggi non cominciamo a essere liberi, di quale libertà potremmo parlare?... se oggi non lottiamo per noi stessi e per quelli che sono nella stessa o simile condizione, non potremmo mai parlare di amore o vita o libertà senza sentirci dentro cinici e miserabili come chi ci opprime...

Carcere di Spoleto, Carmelo Musumeci novembre 2007

Cassa Anarchica di Solidarietà Anticarceraria, via dei messapi 51 Latina

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