Ogni uomo deve avere delle buone ragioni per alzarsi al mattino parte 2°

  Seguito di Ogni uomo deve avere delle buone ragioni per alzarsi al mattino parte 1°
 
 

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Ogni uomo deve avere delle buone ragioni per alzarsi al mattino parte 1°

Ogni uomo deve avere delle buone ragioni
per alzarsi al mattino


Tratto da "Italia 1983 - progionieri politici, processi, progetti"
Edizioni cooperativa Apache - maggio 1983

Fossombrone, febbraio-marzo 1983. ANGELO MONACO, BRUNO PEIROLO, CESARE MAINO, CLAUDIO WACCHER, DARIO CORBELLA, ERMANNO COLLEDA, GRAZIANO ESPOSITO, JUAN SOTO PAILLACAR, LUCA FRASSINETI, MASSIMO DOMENICHINI, RICCARDO D'ESTE

 

 ("A chi ha cercato la maniera e non l'ha trovata mai")

 

Da alcuni mesi a questa parte stanno circolando dentro alla carceri, nei luoghi ad esse contigui e, più in generale, nell'ambito "sociale", documenti, bozze, prese di posizione varie sul problema della prigionia politica in Italia, della fine o della ridefinizione della cosiddetta "lotta armata" e, infine, pur alludendovi, del conflitto sociale tuttora in corso. Noi intendiamo intervenire in merito con l'autorevolezza dataci dalla passione e non certo da qualsivoglia etichetta. Perciò ci preme subito dire come, da chi, da dove e perchè nascono queste parole che sono solo un passo distanziate dalle idee!

Siamo un gruppo di soggetti incasellati in varie inchieste giudiziarie attualmente detenuti nel carcere speciale di Fossombrone, un gruppo che, a partire da livelli di aggregazione vissuta, si è sedimentato negli ultimi tempi e va verificandosi sul dibattito riguardante la proiezione reale e possibile del nostro essere ed esistere interno alle dinamiche sociali, tendenzialmente controsocietarie. Non intendiamo certo riproporre caratteri da "vecchia organizzazione", ne riassumerne le caratteristiche, nè infine, pretendiamo o desideriamo presentarci come un blocco monolitico che, oltre a non essere reale, non avrebbe neppure quella "forza espressiva" alla quale ambiziosamente tendiamo.
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PERCHÉ QUEL LUGLIO TORNI AD ESSERE UNA MINACCIA


Sul processo ai ribelli di Genova

Il 2 marzo 2004 si è aperto a Genova il processo contro venticinque manifestanti accusati di «devastazione e saccheggio» per la rivolta contro il G8 del luglio 2001. Ed è solo l’inizio, un banco di prova in vista di operazioni giudiziarie forse ancora più vaste. Si tratta di un processo, in tutti i sensi, esemplare: per il tipo di accusa (che ha ben pochi precedenti nella storia italiana, e che prevede diversi anni di carcere), per il modo in cui il potere ha preparato il terreno ai giochi e alla vendetta di tribunale, per come l’intera faccenda illustra gli ostacoli che ogni movimento collettivo di liberazione individuale ha di fronte, nei palazzi come nelle piazze.

Anticipato da venti arresti ordinati dalla procura di Cosenza nel novembre del 2002, e da altri ventitre disposti poco dopo da quella di Genova, questo processo vuole dare a tutti un chiaro messaggio: la sommossa genovese avrà i suoi capri espiatori. Che la posta in gioco oltrepassi la stessa rivolta di luglio per proiettare la propria ombra funesta sul futuro, è piuttosto evidente. Come esempio, si può prendere l’iniziativa, promossa nel gennaio del 2003 sempre dalla procura di Genova, di acquistare uno spazio sul quotidiano ligure Il secolo XIX per pubblicare il fotogramma- — realizzato da una telecamera posta in strada — di due manifestanti al fine di identificarli. In quell’occasione fa di nuovo la sua comparsa pubblica il reato di «compartecipazione psichica»: in sostanza lo Stato afferma che per incorrere nei favori della repressione non è necessario partecipare direttamente ad azioni di rivolta, ma è sufficiente essere presenti là dove hanno luogo senza impedire che altri le compiano; in breve, senza trasformarsi in poliziotti. Aggiungiamo che agli arrestati di Cosenza era stata rivolta in modo esplicito e con alcuni successi quella che in seguito diventerà una costante quanto indecente profferta: l’«abiura della violenza» in cambio della scarcerazione — e avremo un quadro ancora più preciso. Sotto accusa ormai non è questa o quell’azione, questo o quel sabotaggio, bensì l’atteggiamento verso le istituzioni e, più in generale, il rifiuto stesso del presente ordine sociale e della vita da sudditi che impone. Collaboratori o nemici: è questo l’ultimatum che lo Stato lancia a chiunque.

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A.A.A. Cercasi collaboratori

A.A.A. Cercasi letterati, indiscussa fede proletaria, quinquennale esperienza non militante, possibilmente logorati in pratiche gruppuscolari, attualmente in preda a profonda disperazione, referenze poliziesche controllabili, fama di provocatore gradita, per la stesura di scritti concernenti i momenti nodali della vita quotidiana. Inviare curriculum penale.

[da un volantino dell'area della critica radicale, dicembre 1971]  

PROVOCATORI

Alle squadre politiche delle polizie e dei partiti sempre più piacerebbe capire chi siamo. Giacché noi stessi possiamo riconoscerci solo nella critica che ci chiarisce ciò che non siamo e ciò che non vogliamo; giacché noi stessi parliamo la lingua di chi vive la trasformazione e l'inidentità; giacché esistiamo come soggetto plurale solo a condizione di sperimentare collettivamente la nostra contraddizione in processo con le forme stesse delle nostre realizzazioni, a mano a mano che esse soggiacciono ad ogni sorta di recupero; lo sforzo di identificarci secondo le logiche collaudate da due secoli di controrivoluzione si ritorce risibilmente e ignobilmente su chiunque vorrebbe imprigionarci in una formula, per consegnarci più agevolmente alle mura del carcere. 'Provocatori' è il termine che ricorre identico nelle prose ammorbanti della stampa di regime, con significativa coralità che accomuna nella stessa trincea giornalismo 'democratico' e stampa 'militante Accettiamo, capovolgendolo, il termine.
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ALL'ARIA APERTA -note su repressione e dintorni

     

«Dobbiamo abbandonare ogni modello, e studiare le nostre possibilità»

E. A. Poe

Le note che seguono nascono da un’esigenza: quella di riflettere assieme sulla situazione attuale al fine di trovare il filo di una prospettiva possibile. Esse sono il frutto di diverse discussioni in cui si sono mescolati il bilancio critico di esperienze passate, l’insoddisfazione per le iniziative di lotta in corso e la speranza per le potenzialità esistenti. Non sono la linea di un gruppo in competizione con altri, né sottendono la pretesa e l’illusione di riempire i vuoti — di vita e di passioni progettuali — con l’accordo più o meno formale su alcune tesi. Se conterranno critiche spiacevoli non è per il gusto fine a se stesso di muoverle, bensì perché credo sia urgente dirsi anche le cose spiacevoli. Come tutte le parole di questo mondo, esse avranno un’eco solo in chi avverte un’esigenza simile. Insomma, una piccola base di discussione per capire cosa si può fare, e con chi.

Sappiamo per esperienza che una delle forze maggiori della repressione è quella di seminare confusione e d’instillare sfiducia negli altri non meno che in se stessi, oppure di determinare chiusure identitarie e sospetti più o meno paralizzanti. In questo senso, prima si approfondiranno certi problemi, meglio sarà. Si preparano anni difficili che scuoteranno non poche delle nostre abitudini pratiche e mentali. Se è vero che il pregiudizio più pericoloso è quello di pensare di non averne, mi piacerebbe tuttavia che queste note venissero criticate per quello che dicono, senza letture preconcette. Un simile desiderio ne spiegherà il tono e persino lo stile. (Continua)

DA “LACERAZIONI”, 1955 di JOYCE MANSOUR


Invitami a trascorrere la notte nella tua bocca
Raccontami la giovinezza dei fiumi
Premi la mia lingua contro il tuo occhio di vetro
Dammi a balia la tua gamba
E poi dormiamo, fratello mio,
Perché i nostri baci muoiono più veloci della notte.

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raccolta di citazioni sul g8

CITAZIONI

 


Esci di casa e trovi un carabiniere che ti chiede un documento. Giri l’angolo per andare dal lattaio, e scopri che la strada è stata bloccata da una grata di ferro. Percorri dieci metri e un altro carabiniere ti chiede i documenti. Vuoi prendere l’auto che hai lasciato parcheggiata sull’altro lato della strada ma adesso c’è un muro e ti tocca camminare per almeno due chilometri. Torni indietro, e un poliziotto ti chiede un documento. Bevi un caffè, esci dal bar, ti allacci una scarpa e un finanziere ti chiede un documento. Stai per rientrare a casa e un poliziotto ti blocca perché il documento che la Questura ti ha rilasciato era sbagliato: «Mi spiace ma la devo accompagnare fuori dalla zona rossa». Sacramenti e un carabiniere ti chiede un documento. Hai convinto il poliziotto e il carabiniere che abiti davvero in zona rossa, stai finalmente per ritornare a casa e un finanziere ti chiede un documento: «Mi spiace, la devo riaccompagnare fuori»...

La Stampa, 19 Luglio 2001


A Genova verranno impiegati 2.700 militari, io in Libano ne avevo 2.300.

Gen. Angioni, capo del contingente militare in Libano

  


 

Lo conoscevamo poco, qualche volta lo incontravamo al bar Asinelli. Era un punkabbestia, uno di quelli che non hanno lavoro ma portano tanti orecchini, uno che vuole entrare senza pagare, uno che la gente perbene chiama parassita. Gli faceva schifo il mondo e non aveva niente a che fare con noi dei centri sociali, diceva che eravamo troppo disciplinati.

Matteo Jade, leader delle tute bianche genovesi, diretta radiofonica 20/07/01


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gli ammutinati

GLI AMMUTINATI

 

Lungi dal voler tracciare una psico-geografia dei gruppi e degli individui che hanno partecipato alla rivolta di Genova rimanendo fuori dalla contestazione concordata, in queste righe parleremo di come la diserzione della «zona rossa» e l’incontro delle esperienze di spossessati da tutto il mondo abbiano convertito una farsa annunciata in una sommossa reale.

Se da mesi la propaganda riformista martellava con roboanti «dichiarazioni di guerra» che circoscrivevano il nemico da attaccare alla «zona rossa» – cioè ai rappresentanti dei Grandi Otto e al sopruso eccezionale delle transenne e dei check-point -, molti erano i messaggi che lasciavano presagire che a Genova lo spettacolo del rifiuto sarebbe stato scalzato da forme concrete di critica della vita quotidiana. (Continua)

giù la maschera, le forze dell'ordine al lavoro

Il G8 ha visto un dispiegamento di forze dell’ordine che per mezzi e uomini non ha precedenti in Italia. Oltre a questo importante dato della strategia della repressione, però, l’operato dei suoi uomini ha messo in luce un altro fatto: nelle strade, in quei giorni, si è mostrato il vero volto di questi corpi. Cani da guardia che con il massacro e la violenza sulle persone si prestano al ruolo di custodi dell’ordine. Strategie di palazzo e di piazza, repressione calcolata o violenze estemporanee di singoli "agenti esagitati", la differenza non conta, sono tutti aspetti dell’essenza di un corpo di persone piegate a una mentalità clanica che per l’interesse del tiranno che gli dà il pane e la divisa sono pronte ad alzare il bastone contro chiunque.

A Genova sono stati richiamati i corpi più svariati, i più selezionati per questioni di sicurezza e repressione: c’erano i carabinieri delle Brigate Sassari e Tuscania, protagonisti delle spedizioni italiane in Somalia, in Iraq e Albania, più 2700 uomini delle truppe speciali dell'esercito (i paracadutisti della Folgore, i marines del S. Marco, i commandos sommozzatori del Corsurbin e la divisione NBC, specializzata nella guerra chimica, batteriologica e nucleare); c’era il Gom (Gruppo Operativo Mobile) un reparto – partorito nel ’97 dal governo di centro-sinistra ed entrato realmente in funzione nel 1999 con il decreto firmato dal "comunista italiano" Dilimberto – i cui uomini non sono fissi ma vengono scelti di volta in volta dalla polizia penitenziaria; c’erano la Finanza, vari squadroni di Celere e poi gli uomini del CCIR, un corpo speciale dei carabinieri creato apposta per il G8. Nel complesso, più di 20 000 uomini. (Continua)

i traghettatori del consenso

Quello che si annunciava come il grande spettacolo di Genova doveva contare su di un’attrice di primo piano: la contestazione simulata. Con un anticipo di mesi rispetto alle giornate di luglio, il Genoa Social Forum (d’ora in poi GSF) aveva cominciato una lunga negoziazione con l’amministrazione comunale, il governo e i vertici delle forze dell’ordine sui finanziamenti e i luoghi del "contro-vertice", nonché sulle modalità della protesta. Dalle lettere a Ciampi agli incontri con il capo della polizia De Gennaro, dai comunicati stampa alle ripetute richieste di essere ricevuti da Berlusconi, i suoi portavoce pretendevano di essere trattati come un legittimo soggetto politico. Da aprile in poi, con una scadenza settimanale, i vari raggruppamenti del GSF (le future "aree tematiche") inscenavano, in centri sociali, palestre e parrocchie, ripetute rappresentazioni di scontri davanti ai giornalisti. Alle diverse "anime del movimento" corrispondeva uno stuolo di consulenti e specialisti che fornivano le attrezzature adeguate e stilavano gli opportuni decaloghi comportamentali. Ovviamente chi rifiutava la logica della gerarchia e delle trattative non aveva alcuna voce in capitolo rispetto alle decisioni prese dai cosiddetti rappresentanti del movimento (i quali, a conti già fatti, proporranno un ridicolo referendum telematico a cui risponderanno solo poliziotti e giornalisti). All’interno del GSF, una sorta di cartello che riuniva una vasta area di democratici, dai cattolici di base di Lilliput a Rifondazione comunista, da settori dei Verdi alle Tute bianche, compresa la Sinistra giovanile, cioè i giovani degli stessi Ds che avevano voluto il G8 a Genova, si stringeva un patto con cui i partecipanti si impegnavano, nella contestazione, a «rispettare la città e le persone, anche in divisa» (vedi il comunicato stampa del 5 giugno, riportato in Appendice). Coordinato con il GSF, ma su basi indipendenti, era anche il Network per i diritti globali, composto dai Cobas e da alcuni centri sociali. In queste note ci soffermeremo soprattutto sulle Tute bianche. Ci sembra più utile smascherare i pacificatori abili nel travestirsi da ribelli. I preti della politica convenzionale si smascherano da soli. (Continua)

L'apparato


Per il vertice del G8, la città di Genova viene presa dall’Apparato come terreno per una gigantesca sperimentazione: verificare il grado di sottomissione dei suoi abitanti e testare, in un appuntamento fissato, nuove tecniche per sedare le possibili rivolte del futuro. Intendiamo per Apparato un insieme di dispositivi architettonici, di sistemi di controllo e di strategie poliziesche, come anche la rappresentazione mediatica finalizzata a fare accettare l’esistenza o la falsa critica di tutto ciò. Genova è contemporaneamente il teatro di un imponente gioco di ruolo al quale partecipano da un lato i "potenti" e dall’altro i "contestatori-riformatori" suddivisi in varie squadre. Come di regola, da un lato e dall’altro ci sono i re e i loro alfieri. Ben si comprende come già prima di luglio 2001 comincino i preparativi per quella che sarà la scacchiera dell’incontro-scontro. Anche a livello internazionale si possono osservare dei precedenti e molti sono i segnali che fanno pensare a una presa di posizione uniforme. L’Europa si mostra unita nell’opera di repressione di tutti i movimenti di protesta, riformisti e non, assorbendo quello che si può dai primi e isolando, colpendo gli altri. Ma Genova deve essere qualcosa di più: con il G8 si riassumono gli aspetti peggiori di due anni di repressione che da Praga va a Göteborg passando per Napoli. (Continua)