PERCHÉ QUEL LUGLIO TORNI AD ESSERE UNA MINACCIA
Sul processo ai ribelli di Genova
Il 2 marzo 2004 si è aperto a Genova il processo contro venticinque manifestanti accusati di «devastazione e saccheggio» per la rivolta contro il G8 del luglio 2001. Ed è solo l’inizio, un banco di prova in vista di operazioni giudiziarie forse ancora più vaste. Si tratta di un processo, in tutti i sensi, esemplare: per il tipo di accusa (che ha ben pochi precedenti nella storia italiana, e che prevede diversi anni di carcere), per il modo in cui il potere ha preparato il terreno ai giochi e alla vendetta di tribunale, per come l’intera faccenda illustra gli ostacoli che ogni movimento collettivo di liberazione individuale ha di fronte, nei palazzi come nelle piazze.
Anticipato da venti arresti ordinati dalla procura di Cosenza nel novembre del 2002, e da altri ventitre disposti poco dopo da quella di Genova, questo processo vuole dare a tutti un chiaro messaggio: la sommossa genovese avrà i suoi capri espiatori. Che la posta in gioco oltrepassi la stessa rivolta di luglio per proiettare la propria ombra funesta sul futuro, è piuttosto evidente. Come esempio, si può prendere l’iniziativa, promossa nel gennaio del 2003 sempre dalla procura di Genova, di acquistare uno spazio sul quotidiano ligure Il secolo XIX per pubblicare il fotogramma- — realizzato da una telecamera posta in strada — di due manifestanti al fine di identificarli. In quell’occasione fa di nuovo la sua comparsa pubblica il reato di «compartecipazione psichica»: in sostanza lo Stato afferma che per incorrere nei favori della repressione non è necessario partecipare direttamente ad azioni di rivolta, ma è sufficiente essere presenti là dove hanno luogo senza impedire che altri le compiano; in breve, senza trasformarsi in poliziotti. Aggiungiamo che agli arrestati di Cosenza era stata rivolta in modo esplicito e con alcuni successi quella che in seguito diventerà una costante quanto indecente profferta: l’«abiura della violenza» in cambio della scarcerazione — e avremo un quadro ancora più preciso. Sotto accusa ormai non è questa o quell’azione, questo o quel sabotaggio, bensì l’atteggiamento verso le istituzioni e, più in generale, il rifiuto stesso del presente ordine sociale e della vita da sudditi che impone. Collaboratori o nemici: è questo l’ultimatum che lo Stato lancia a chiunque.