raccolta di citazioni sul g8

CITAZIONI

 


Esci di casa e trovi un carabiniere che ti chiede un documento. Giri l’angolo per andare dal lattaio, e scopri che la strada è stata bloccata da una grata di ferro. Percorri dieci metri e un altro carabiniere ti chiede i documenti. Vuoi prendere l’auto che hai lasciato parcheggiata sull’altro lato della strada ma adesso c’è un muro e ti tocca camminare per almeno due chilometri. Torni indietro, e un poliziotto ti chiede un documento. Bevi un caffè, esci dal bar, ti allacci una scarpa e un finanziere ti chiede un documento. Stai per rientrare a casa e un poliziotto ti blocca perché il documento che la Questura ti ha rilasciato era sbagliato: «Mi spiace ma la devo accompagnare fuori dalla zona rossa». Sacramenti e un carabiniere ti chiede un documento. Hai convinto il poliziotto e il carabiniere che abiti davvero in zona rossa, stai finalmente per ritornare a casa e un finanziere ti chiede un documento: «Mi spiace, la devo riaccompagnare fuori»...

La Stampa, 19 Luglio 2001


A Genova verranno impiegati 2.700 militari, io in Libano ne avevo 2.300.

Gen. Angioni, capo del contingente militare in Libano

  


 

Lo conoscevamo poco, qualche volta lo incontravamo al bar Asinelli. Era un punkabbestia, uno di quelli che non hanno lavoro ma portano tanti orecchini, uno che vuole entrare senza pagare, uno che la gente perbene chiama parassita. Gli faceva schifo il mondo e non aveva niente a che fare con noi dei centri sociali, diceva che eravamo troppo disciplinati.

Matteo Jade, leader delle tute bianche genovesi, diretta radiofonica 20/07/01


  (Continua)

gli ammutinati

GLI AMMUTINATI

 

Lungi dal voler tracciare una psico-geografia dei gruppi e degli individui che hanno partecipato alla rivolta di Genova rimanendo fuori dalla contestazione concordata, in queste righe parleremo di come la diserzione della «zona rossa» e l’incontro delle esperienze di spossessati da tutto il mondo abbiano convertito una farsa annunciata in una sommossa reale.

Se da mesi la propaganda riformista martellava con roboanti «dichiarazioni di guerra» che circoscrivevano il nemico da attaccare alla «zona rossa» – cioè ai rappresentanti dei Grandi Otto e al sopruso eccezionale delle transenne e dei check-point -, molti erano i messaggi che lasciavano presagire che a Genova lo spettacolo del rifiuto sarebbe stato scalzato da forme concrete di critica della vita quotidiana. (Continua)

giù la maschera, le forze dell'ordine al lavoro

Il G8 ha visto un dispiegamento di forze dell’ordine che per mezzi e uomini non ha precedenti in Italia. Oltre a questo importante dato della strategia della repressione, però, l’operato dei suoi uomini ha messo in luce un altro fatto: nelle strade, in quei giorni, si è mostrato il vero volto di questi corpi. Cani da guardia che con il massacro e la violenza sulle persone si prestano al ruolo di custodi dell’ordine. Strategie di palazzo e di piazza, repressione calcolata o violenze estemporanee di singoli "agenti esagitati", la differenza non conta, sono tutti aspetti dell’essenza di un corpo di persone piegate a una mentalità clanica che per l’interesse del tiranno che gli dà il pane e la divisa sono pronte ad alzare il bastone contro chiunque.

A Genova sono stati richiamati i corpi più svariati, i più selezionati per questioni di sicurezza e repressione: c’erano i carabinieri delle Brigate Sassari e Tuscania, protagonisti delle spedizioni italiane in Somalia, in Iraq e Albania, più 2700 uomini delle truppe speciali dell'esercito (i paracadutisti della Folgore, i marines del S. Marco, i commandos sommozzatori del Corsurbin e la divisione NBC, specializzata nella guerra chimica, batteriologica e nucleare); c’era il Gom (Gruppo Operativo Mobile) un reparto – partorito nel ’97 dal governo di centro-sinistra ed entrato realmente in funzione nel 1999 con il decreto firmato dal "comunista italiano" Dilimberto – i cui uomini non sono fissi ma vengono scelti di volta in volta dalla polizia penitenziaria; c’erano la Finanza, vari squadroni di Celere e poi gli uomini del CCIR, un corpo speciale dei carabinieri creato apposta per il G8. Nel complesso, più di 20 000 uomini. (Continua)

i traghettatori del consenso

Quello che si annunciava come il grande spettacolo di Genova doveva contare su di un’attrice di primo piano: la contestazione simulata. Con un anticipo di mesi rispetto alle giornate di luglio, il Genoa Social Forum (d’ora in poi GSF) aveva cominciato una lunga negoziazione con l’amministrazione comunale, il governo e i vertici delle forze dell’ordine sui finanziamenti e i luoghi del "contro-vertice", nonché sulle modalità della protesta. Dalle lettere a Ciampi agli incontri con il capo della polizia De Gennaro, dai comunicati stampa alle ripetute richieste di essere ricevuti da Berlusconi, i suoi portavoce pretendevano di essere trattati come un legittimo soggetto politico. Da aprile in poi, con una scadenza settimanale, i vari raggruppamenti del GSF (le future "aree tematiche") inscenavano, in centri sociali, palestre e parrocchie, ripetute rappresentazioni di scontri davanti ai giornalisti. Alle diverse "anime del movimento" corrispondeva uno stuolo di consulenti e specialisti che fornivano le attrezzature adeguate e stilavano gli opportuni decaloghi comportamentali. Ovviamente chi rifiutava la logica della gerarchia e delle trattative non aveva alcuna voce in capitolo rispetto alle decisioni prese dai cosiddetti rappresentanti del movimento (i quali, a conti già fatti, proporranno un ridicolo referendum telematico a cui risponderanno solo poliziotti e giornalisti). All’interno del GSF, una sorta di cartello che riuniva una vasta area di democratici, dai cattolici di base di Lilliput a Rifondazione comunista, da settori dei Verdi alle Tute bianche, compresa la Sinistra giovanile, cioè i giovani degli stessi Ds che avevano voluto il G8 a Genova, si stringeva un patto con cui i partecipanti si impegnavano, nella contestazione, a «rispettare la città e le persone, anche in divisa» (vedi il comunicato stampa del 5 giugno, riportato in Appendice). Coordinato con il GSF, ma su basi indipendenti, era anche il Network per i diritti globali, composto dai Cobas e da alcuni centri sociali. In queste note ci soffermeremo soprattutto sulle Tute bianche. Ci sembra più utile smascherare i pacificatori abili nel travestirsi da ribelli. I preti della politica convenzionale si smascherano da soli. (Continua)

L'apparato


Per il vertice del G8, la città di Genova viene presa dall’Apparato come terreno per una gigantesca sperimentazione: verificare il grado di sottomissione dei suoi abitanti e testare, in un appuntamento fissato, nuove tecniche per sedare le possibili rivolte del futuro. Intendiamo per Apparato un insieme di dispositivi architettonici, di sistemi di controllo e di strategie poliziesche, come anche la rappresentazione mediatica finalizzata a fare accettare l’esistenza o la falsa critica di tutto ciò. Genova è contemporaneamente il teatro di un imponente gioco di ruolo al quale partecipano da un lato i "potenti" e dall’altro i "contestatori-riformatori" suddivisi in varie squadre. Come di regola, da un lato e dall’altro ci sono i re e i loro alfieri. Ben si comprende come già prima di luglio 2001 comincino i preparativi per quella che sarà la scacchiera dell’incontro-scontro. Anche a livello internazionale si possono osservare dei precedenti e molti sono i segnali che fanno pensare a una presa di posizione uniforme. L’Europa si mostra unita nell’opera di repressione di tutti i movimenti di protesta, riformisti e non, assorbendo quello che si può dai primi e isolando, colpendo gli altri. Ma Genova deve essere qualcosa di più: con il G8 si riassumono gli aspetti peggiori di due anni di repressione che da Praga va a Göteborg passando per Napoli. (Continua)

introduzione

Anche soltanto per vedere bisogna riuscire a togliersi dagli occhi la sabbia che di continuo vi sparge il presente.

Hugo Von Hofmannsthal

 

Sabbia. Ecco cosa offusca la nostra vista, facendoci vivere in una fantasmagoria in cui tutto sembra vivo e nulla è reale. Ci perdiamo in un rapido alternarsi di immagini stranamente vivide e attraenti, facendoci trasportare dal loro potere ipnotico. Quella che dobbiamo raccontare non è forse una storia di fantasmi, di ombre scambiate per prede, di specchi deformanti considerati occhiali della verità? E lo è stata fin dall’inizio.

Pensiamo al neoliberismo contro cui lanciano i propri strali le anime belle della sinistra. Anziché criticare l’organizzazione sociale che riduce l’essere umano a merce e pone l’universo e la vita agli ordini dell’economia, ci si lamenta per un dettaglio della sua politica. In sé il neoliberismo non fa altro che abbattere le frontiere nazionali per facilitare l’espansione planetaria del mercato. Battersi per mantenere queste frontiere significa battersi per un capitalismo su scala ridotta, un capitalismo locale, possibilmente dal volto umano, dove la classe dominante indigena non venga scavalcata da quella transnazionale. Come a dire, abbasso le multinazionali straniere perché fanno chiudere le piccole e medie imprese nostrane. È solo questo che desideriamo, consumare merci prodotte sotto casa?

E che dire dei vertici dei potenti della Terra? Appuntamenti mediatici, in cui nulla di concreto viene stabilito giacché chi vi partecipa si limita a formalizzare e a rendere pubbliche decisioni già prese altrove. Il loro susseguirsi nello spazio e nel tempo è solo l’ipocrita risposta alle domande di trasparenza e di eguaglianza che si alzano da più parti. Come se, incontrandosi spesso e dappertutto, i «nostri» rappresentanti intendano dimostrare che non esiste nessuna politica prestabilita, nessun centro direttivo, che tutto è sempre aperto: basta mettersi in fila, farsi avanti e discutere civilmente. Laddove è noto da tempo che non è più questione di se, ma solo di quando e come.

La stessa evanescenza affligge anche i controvertici, in tutte le loro manifestazioni. Dopo lo spettacolo dell’esercizio del potere, non poteva mancare lo spettacolo della contestazione al potere — magari sotto forma di invasione della «zona rossa». A questo ameno attivismo militante si dedicano i vari racket cattolici o di sinistra che seguono gli spostamenti dei capi di governo e dei loro ministri come il cane segue il proprio padrone, cercando in tutti i modi di attirarne l’attenzione. Come se il dominio non fosse espressione dei rapporti sociali ma dipendesse dalla volontà di otto uomini di Stato, su cui occorre per questo esercitare una certa pressione. Come se bastasse sedere a quel tavolo, o farci finire sopra la relazione giusta, per porre fine allo sfruttamento e all’insensatezza dell’esistenza umana. (Continua)

Le ruggini ingabbiate/I coglioni arrabbiati di Benjamin Peret

Poesie e scritti erotici liberi da qualsiasi tipo di autocensura 

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EMILE HENRY, Aforismi

Raccolta di pensieri politici ed esistenziali dell'anarchico Emile Henry, fautore della propaganda col fatto 

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